L’eccezione e la regola

“Chi non è di sinistra a 20 anni è senza cuore, chi lo è ancora a 40, è senza cervello”. Questo il celebre aforisma attribuito a Winston Churchill circa la propensione politica, la visione delle cose e del mondo degli esseri umani che s’interessano dell’evoluzione del sistema economico e sociale nel quale essi stessi vivono. Pur condizionati, come siamo, anche nella vita di tutti i giorni, dall’intervento del legislatore, spesso pervasivo, molti sono quelli che non se ne rendono conto finendo per piegarsi agli eventi.

Purtroppo la diffusa sensibilità politica, la militanza sotto una determinata bandiera ideologica, è finita nel secolo scorso, quando è stata buttata via l’acqua sporca della partitocrazia insieme con il bambino, ovvero la politica. Il sistema elettorale maggioritario, l’incentivazione delle coalizioni omogenee, la semplificazione di poter scegliere il premier, la coalizione ed il programma stesso di governo, aveva dato, fino a non molto tempo fa, grande stabilità al sistema, garantendo alternanza al potere. In una sola parola: chiarezza politica.

Tuttavia quella stessa semplificazione aveva anche innescato la nascita di partiti personalizzati, figli di una moda, un desiderio di “americanizzare” il sistema costituzionale italiano orientandolo verso forme di moderna democrazia di tipo anglosassone. Un pericolo, quel modernismo, per la vecchia e cara mentalità tricolore, da sempre avvezza a pratiche assistenziali, consociative e clientelari. In ogni caso, di quel vecchio sistema maggioritario, oggi è rimasto ben poco. Siamo infatti alle prese con una retriva involuzione che sta segnando, a poco a poco, il passaggio verso il proporzionale puro ed, a ruota, al cosiddetto mercato delle vacche post elettorale.

Una sorta di foro boario fatto di parlamentari, ridotti nel numero e condizionati dai voleri del padrone delle liste elettorali, disponibile a raggiungere la sufficienza numerica necessaria per mettersi alla tavola imbandita del Governo con buona pace di programmi, promesse ed intese pattuite sulla base di impegni solenni che poi saranno puntualmente disattesi. Insomma è ormai chiaro che si sta venendo a creare un vasto fronte reazionario più che conservatore. Una specie di catena di Sant’Antonio trasversale che di tutto vuol sentir parlare tranne che di restituire agli elettori la capacità di potersi scegliere direttamente chi debba governare a Roma con il proprio voto.

Parimenti nessuno, in questa fase, sembra voler agevolare il passaggio dei partiti verso la vera gestione democratica, statutaria e trasparente che è tipica degli enti pubblici e che li vedrebbe controllati da un’Authority non governativa, capace di “spingerli” ad adempiere fino in fondo a quel che essi stessi hanno scritto nel proprio statuto. Un controllo del genere garantirebbe adesioni certe e verificabili, congressi autentici per scegliere la classe dirigente rinunciando per sempre alle classiche linee nepotistiche e le surroghe dall’alto. Invece no.

Si preferisce, continuare ad ammiccare ai blocchi sociali che garantiscono voti su singole questioni, trascurando il più vasto assegnato dalla Costituzione. Credo siano tante le ragioni, anche inconfessabili, che alimentano tale ottuso ritorno ai tempi di “una volta”, alle teorie dell’esatta proporzionalità e della rappresentanza che, alla fine, si legge e si legittima come aliquota di un potere da reclamare, in un’esatta proporzione rispetto ai voti raccolti ed all’uso spregiudicato che se può fare a urne chiuse.

Un ragionamento semplice, che un popolo, non avvezzo a pretendere benefici e favori dalla politica, non potrebbe di certo ignorare. Ma quel popolo preferisce credere a quel che gli si propina, alla mendace rielaborazione storica del passato fatta dai tanti, anche nel Centrodestra, per accreditarsi come depositari del vero, pur di sbarazzarsi di gente politicamente sorpassata da sostituire con nuovi pretendenti.

Una babele politica, insomma, figlia di una propensione al cambio di fronte di chi per primo tradisce gli elettori per potersi poi accasare al governo. Che altri non è, in fondo, se non la storia dell’attuale esecutivo giallorosso che mantiene il leader ed il partito di maggioranza relativa all’interno di uno schieramento dove coesistono coalizioni di segno politico opposto. Altra confusione crea, in questa fase, il Capo dello Stato quando invita, demagogicamente, parti del Centrodestra a dialogare con la maggioranza in questo periodo di emergenza.

La propensione di Berlusconi ad accettare l’invito del Quirinale per mettersi al servizio di Conte, non trova altra giustificazione che quella di un “inciucio” intorno a cose disadorne ma concrete. Vero è che il Cavaliere, come la regina Elisabetta II d’Inghilterra, non accetta di dividere ruoli e notorietà se non per proprio tornaconto. Bertolt Brecht, nella sua commedia “L’eccezione e la regola”, assolve il ricco mercante che aveva ammazzato il servo intento ad aiutarlo nell’arsura del deserto: gli aveva sparato, credendo che questi stesse cercando di aggredirlo, quando in realtà voleva solo offrirgli l’acqua rimasta nella borraccia.

Il noto drammaturgo tedesco non condanna l’omicida perché gli riconosce il diritto di interpretare gli eventi ed i fatti accaduti come “espressione della regola”. Ovvero: il servo sfruttato non può che odiare il suo padrone. E dunque non intende salvarlo. Da qui la giustificazione del delitto. Ora, la regola per Silvio Berlusconi è il tentativo di tutela dei propri affari, di rimettersi in gioco comunque sia. Quello degli gli altri è l’eccezione, di approfittarne e poi sbaragliarlo ed emarginarlo nuovamente

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