Turchia, maxi-processo per il tentato golpe del 2016: pioggia di ergastoli a civili e militari

Il maxi processo che ha visto coinvolti 475 imputati, tra cui alcuni generali e piloti di jet da combattimento alla base aerea di Akinci, alla periferia della capitale Ankara, ha preso il via nel 2017

MILANO – A poco più di quattro anni dal tentato colpo di Stato in Turchia, che fece tremare il potere del presidente Recep Tayyip Erdogan, centinaia di persone sono state condannate all’ergastolo, accusate a vario titolo di aver collaborato al golpe. Che, secondo il governo, fu ordito dal predicatore e politologo Fethullah Gulen. Il maxi processo che ha visto coinvolti 475 imputati, tra cui alcuni generali e piloti di jet da combattimento alla base aerea di Akinci, alla periferia della capitale Ankara, ha preso il via nel 2017. Per tre anni i sospettati sono stati processati con l’accusa di aver ordito il colpo di stato e di aver bombardato edifici governativi. Tra cui una sezione del Parlamento turco.

Imputati condannati all’ergastolo

Degli imputati, 19, quattro civili e 15 militari, sono stati condannati all’ergastolo ‘aggravato’ (senza possibilità di libertà condizionale) per la morte di nove persone, rimaste uccise da colpi di arma da fuoco la notte della rivolta. E di altre 68 persone morte in attacchi aerei lanciati contro l’edificio del Parlamento, il quartier generale delle operazioni speciali di polizia, il dipartimento di polizia di Ankara e un’area vicino al complesso presidenziale di Erdogan. I quattro civili, accusati di collegamento tra il movimento di Gulen, e alcuni ufficiali militari, di crimini contro lo stato, di attentato alla vita del presidente e di omicidio, sono stati condannati a 79 ergastoli separati. Altri 337 imputati sono stati condannati al carcere a vita, altri ancora a pene detentive tra i sei e i 16 anni. Solo 70 sono stati assolti da tutte le accuse. Gli imputati potranno presentare ricorso in appello.

I processi

Alcuni parenti dei condannati hanno rivendicato l’innocenza dei loro cari, figli o partner. E hanno denunciato che molti furono arrestati anni fa quando erano poco più che ventenni. Il partito di Erdogan, l’Akp, ha plaudito alla sentenza. “Questa è la fine dell’era dei colpi di stato in Turchia”, ha detto Leyla Sahin Usta, vicepresidente del partito al governo. Il tribunale ha stabilito che Gulen, ex alleato diventato in un secondo momento acerrimo rivale del presidente, e altri quattro imputati ancora ricercati dalle autorità, saranno giudicati separatamente per le accuse. Il predicatore, teorico di un islam moderato rispetto alle posizioni conservatrici dell’Akp, ha sempre negato il coinvolgimento. Arrivando perfino ad accusare Erdogan di aver organizzato una finta rivolta per aumentare ulteriormente i suoi poteri.

Il tentato golpe del 2016

Molti nodi restano ancora da sciogliere sulla notte del 15 luglio 2016 in cui morirono 250 persone, oltre a 30 golpisti, e migliaia rimasero ferite. Un gruppo di militari si ribellò contro Erdogan e la sua politica islamista e conservatrice. Ai soldati la tradizione turca attribuisce il ruolo di custodi dei valori della laicità dello Stato, cari al generale Mustafa Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna. Dopo luglio la mano pesante del presidente si è abbattuta contro presunti golpisti, attivisti, giornalisti, destando allarme nella comunità internazionale. Circa 77mila persone sono state arrestate e altre 130mila cacciate dagli uffici governativi. Un pugno di ferro che Erdogan ha adottato anche in politica estera intervenendo in tutti i teatri di guerra, dalla Siria, alla Libia, al Nagorno-Karabakh. Nel mezzo della crisi economica e della pesante svalutazione della lira che ha colpito il Paese e che rischia di far traballare la sua leadership.

(LaPresse/AP/di Lucrezia Clemente)

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