L’esercito di Matteo

Vincenzo D'Anna

Un uomo arguto come Ennio Flaiano, intellettuale liberale del quale si diceva che camminava con i piedi ben piantati sulle nuvole, soleva dire: “L’insuccesso mi ha dato alla testa”. La frase si attaglia a molti politici che ho conosciuto in Parlamento, e certamente può essere pensata anche per Matteo Renzi, politico ancor giovane che però ha bruciato rapidamente tutte le tappe. Sia quella del successo, sia quelle della sconfitta. L’ex premier è stato protagonista assoluto della scena politica nazionale, fino a non molti anni fa, prima di precipitare nella marginalità dove si è accontentato di “raccattare” qualche strapuntino nel governo in carica. L’ex rottamatore è affetto da “bonapartismo”: soffre di smanie di grandezza a cui però non è mai riuscito a dare riscontri. Un bel personaggio, insomma. Controverso ma, al tempo stesso, svelto di pensiero e soprattutto foderato di quel cinismo egocentrico che lo fa adeguare al gioco del “fregare tutti gli altri” che a Roma ancora qualcuno si ostina a chiamare “politica”.

Ora, non intendo fare l’agiografo dell’ex presidente del Consiglio e segretario del Pd. Tuttavia conosco quel tanto che basta di lui per poter scrivere che l’ex sindaco di Firenze nasce democristiano, anche di buone letture. Sa come districarsi nell’agone delle idee politiche, ma di quelle a “geometria variabile”, le uniche, cioè, valide per esercitare il controverso ed unico mestiere del politico di professione. Renzi è stato scaltro e come il mitologico Prometeo, colui che vedeva prima le cose del mondo, che rubò il fuoco a Giove re degli Dei, anche lui ha sottratto il controllo dell’apparato partito del Pd alla gloriosa e vetusta ditta degli ex comunisti, insediandosi al Largo del Nazareno come nessuno che non fosse stato comunista aveva mai fatto prima di lui. Certo, c’erano stati i Franceschini e i Prodi a recitare i ruoli dei dominus, ma il controllo dell’apparato era rimasto saldamente nelle mani degli eredi di Togliatti. L’accesso di Renzi ai segreti di quella che fu una “chiesa” più che un partito politico, gli consentì, tra l’altro, l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze e di forza di persuasione tanto da muovere alla conquista di Palazzo Chigi.

Molti commentatori e figure di spicco del centrosinistra, deprecarono i modi ed i tempi con i quali l’uomo di Rignano gettò il gladio sulla bilancia degradando, al grido di “guai ai vinti”, Letta ed il suo governo. Mosse fulminee e false rassicurazioni agli avversari interni nel Pd fecero subito capire quanto smaniosa fosse la sete di potere del giovane rampollo. Ricordo che Matteo si presentò, da presidente del Consiglio incaricato, nell’Aula del Senato, in jeans e giacca casual, per marcare una visibile discontinuità rispetto a quelli che lo avevano preceduto. Nel suo discorso citò i padri della cultura e della filosofia cattolica come Emanuel Mounier e Jacque Maritain, non pronunciando una parola per i pensatori della tradizione laico socialista. Con lo stesso aplomb notificò ai senatori che quello che si accingevano a dare era l’ultimo voto per eleggere un governo e che la riforma costituzionale avrebbe chiuso definitivamente i portoni di Palazzo Madama. Nel mio intervento, annunciando voto contrario, chiesi che tipo di governo si accingeva a varare: laico socialista, liberal liberista, statalista, populista? Non ebbi risposta alcuna. Neanche sul tema dei valori di riferimento a cui ispirare le scelte di governo. Il vecchio pragmatismo del potere, insomma, non faceva differenza. Fu in quei frangenti che capii che con questi piccoli trafficanti della poltrona non c’era idealità né orientamento socio economico che tenessero. Governare, gestire il potere era l’imperativo categorico. Di altro non si curavano. Matteo, anche per eccesso di loquela, perse sia il referendum che la poltrona di premier. Avesse evitato di legare l’esito del referendum costituzionale al suo permanere in politica avrebbe forse cambiato le cose.

Il giovanotto si ritirò malmostoso, ma ritornò quasi subito, ancorché il mancato ritiro dalla scena politica gli stesse alienando la fiducia degli elettori. Non ebbe neanche il coraggio di aggregare tutti i riformisti, non pochi, che avevano votato la proposta di riforma costituzionale. Cincischiò ma non fece un solo passo per aggregare quella platea elettorale in un “Partito della Nazione” che garantisse una nuova prospettiva politica. Troppa fatica e forse troppa coerenza, pesavano al frivolo ragazzo. Oggi Renzi naviga praticamente a vista, al timone di un partito, Italia Viva, da lui stesso fondato, con un indice di gradimento che ruota attorno al numero pitagorico per eccellenza: il 3 (per cento, s’intende). E tuttavia, non pago di essersi inventato il “Patto per la Scienza”, un’entità para politica e sub scientifica con Beppe Grillo ed il solito codazzo degli esperti telegenici, si è messo ad invocare l’intervento dell’Esercito per la gestione del vaccino anti Covid! A cosa sia servita questa alzata di ingegno in una situazione già resa una babele quotidiana dalle vicende Covid 19, non è dato sapere. Forse avrà seguito il corso serale di virologia maccheronica che Roberto Burioni (immunologo e non virologo) tiene negli studi televisivi di Fabio Fazio e di mamma Rai…

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