Recovery plan, Descalzi: “Eni in campo, gioco di squadra”

Foto Valerio Portelli/LaPresse 29-10-2019 Roma, Italia Visions for the Future Cronaca Nella foto: Claudio Descalzi Photo Valerio Portelli/LaPresse 29 October 2019 Rome, Italy Visions for the Future News In the pic: Claudio Descalzi

MILANO – “Il Recovery plan è assimilabile a un piano strategico, e in pochi mesi abbiamo dovuto accelerare e allineare tanti progetti e tante tecnologie, selezionando soprattutto quelle mature, con un impatto reale sulla decarbonizzazione. Gli investimenti fatti in nuove tecnologie negli ultimi anni e la nostra capacità di calcolo ci hanno aiutato nell’accelerare questi processi. Anche il Recovery plan a livello nazionale comporta un’accelerazione, una composizione e integrazione di diversi progetti fatti da differenti società, che vanno realizzate rapidamente. Teniamo conto che a un’azienda per realizzare un piano strategico, e il Recovery è un piano strategico nazionale, servono mesi. Se non anni”. A dirlo, in un’intervista al Corriere della Sera, è l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi.

“Penso – aggiunge – che le diverse componenti dell’industria italiana siano pronte, ma il tutto va aggregato in un piano nazionale, e per come sta lavorando il governo sono ottimista. Per quanto ci riguarda, abbiamo lavorato sei anni per costruire tecnologie in grado di ridurre la componente di CO2 in tutte le nostre operazioni, per trasformare parte del nostro business, investendo oltre quattro miliardi di euro. Dunque vediamo un percorso fatto da progetti maturi che si completano e che ci porteranno a una neutralità carbonica in Europa rispettando l’obiettivo del 2050. Alcuni prodotti decarbonizzati non hanno ancora mercato, non hanno domanda. Il Recovery fund è una parte dell’equazione. Poi però bisogna capire di quali incentivi avranno bisogno i prodotti decarbonizzati che ne deriveranno”.

Sugli incentivi, spiega: “Abbiamo visto quanti incentivi sono stati giustamente dedicati alle rinnovabili, ma quale scarsa penetrazione hanno avuto in proporzione e come hanno impattato il mercato dell’energia. Tutto ciò implica che nel coordinare i diversi progetti si debba avere un forte e competente centro di coordinamento, un’amministrazione efficace, le migliori teste che abbiano esperienza di mercato, di prodotti, di tecnologie e d’innovazione”.

“Saranno loro a dire quali progetti dovranno entrare, con l’obiettivo di soddisfare non solo i criteri d’innovazione, ma anche di sostenibilità economica, sicurezza energetica e impatto ambientale. Si dovrà trovare un giusto equilibrio fra il sussidio che premia la penetrazione di nuovi prodotti rispettando il principio del mercato della domanda e dell’offerta”.

L’abbattimento delle emissioni di CO2 non si può fare in breve tempo “perché – spiega Descalzi – il mercato ha i suoi tempi. Oggi nella generazione elettrica il carbone vale ancora a livello mondiale il 37%, e causa il 72% delle emissioni. Attorno al 1850 pesava il 5% fra le fonti di energia e ci mise sessant’anni per arrivare al 60%. Il petrolio non è riuscito a raggiungere quel livello e il gas è salito al 24% nello stesso tempo. La penetrazione dei sistemi dell’energia ha tempi lunghi, il mercato comanda e non si possono rottamare le infrastrutture, proprio perché sono frutto di decenni di investimenti”.

“Senza una programmazione che tenga conto delle complessità, è difficile che gli obiettivi possano essere raggiunti. Possono essere enunciati, non raggiunti. Eni gli obiettivi europei al 2030 può centrarli perché ha costruito prima gli strumenti per farlo. E l’Italia è su un percorso che le permetterà di raggiungere questi obiettivi. In generale, non dico che siano irrealizzabili e l’emergenza del clima giustifica obiettivi sfidanti. Ma il tempo e la rapidità che si chiedono a tutti i settori hanno un costo”.

Per quanto riguarda il Recovery fund, Descalzi sottolinea: “Ho indicato (al Governo, ndr) quattro aree. C’è una parte che riguarda la cattura di CO2, per dare continuità alle infrastrutture e salvaguardare l’economia e l’occupazione in Italia. Tra queste ci sono il sequestro di CO2 in giacimenti esauriti, la sua mineralizzazione, la biofissazione dalle microalghe e altre tecnologie mature. Inoltre c’è un’area sulla mobilità: Hvo-biodiesel e bio jet, alimentazione elettrica, a idrogeno e sostituzione del gas con biogas. Investiremo 350 milioni di euro, potenzialmente anche dal Recovery fund, per rifare in questo senso le stazioni di servizio”.

“Infine ci sono la crescita delle rinnovabili su terreni nostri e di Cdp, una tecnologia sviluppata con il Politecnico di Torino per produrre energia dal moto ondoso e tutto il capitolo riguardante l’economia circolare. Parliamo di investimenti di miliardi. L’obiettivo di queste quattro aree è ridurre le emissioni di 6,5 milioni di tonnellate l’anno. E nei sei anni di sviluppo dei progetti, solo nell’indotto e nell’impatto indiretto, creeremmo fra 70 mila e 100 mila nuovi posti di lavoro all’anno”.

(AWE/LaPresse)

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