Il mito di Diego

(AP Photo/Gregorio Borgia, File)

Non credo ci sia una sola persona al mondo che, avendo seguito le vicende e la storia del calcio, non si sia sentita più sola all’annuncio della scomparsa di Diego Armando Maradona. Una morte inattesa per uno sportivo che, malgrado condotte di vita a volte dissolute, non sembra soffrisse di gravi malattie. Non bisogna scomodare le teorie dei sociologi e degli psicologi per capire che lo sport ed il calcio in particolare, catalizzino passioni anche esasperate, come la voglia di emulazione dei bambini innanzi ai calciatori più bravi e famosi. Legami, quelli che si creano tra il campione e il tifoso, talvolta indissolubili ed incancellabili negli anni. La squadra del cuore, una volta scelta, resta per la vita. E ti consente di entrare a far parte di una comunità vasta, che travalica ogni differenza geografica, sociale ed economica. Ancora più se il tifoso si identifica con la squadra ed il campione che la rappresenta, si fa tutt’uno con la città nella quale vive. In tal caso, ogni contrarietà, ogni vittoria, ogni sconfitta o torto subìti, saranno vissuti come fatto che riguardi l’intera comunità. Se invece l’evento sportivo assume un segno negativo, allora ne deriverà un grave senso di frustrazione della gente. Viceversa, il successo diventa motivo addirittura di riscatto sociale e civico: una rivincita identitaria. Si determina, insomma, un vincolo viscerale tra il campione, la squadra, il titolo vinto e l’intera popolazione. Bastano queste poche, ovvie evidenze, per comprendere come la morte di Maradona sia diventata la morte del mito, ovvero di quella cosa che non può mai morire. Cosa sarebbe mai un mito se non se ne tramandassero le gesta per generazioni intere? Per questi motivi il decesso del Pibe de Oro, travalica la pietas umana, trasformandosi in lutto e costernazione generale: un miscuglio di passioni e di ricordi che si auto-alimenta fino al parossismo. A questo parossismo appartengono le scene di dolore popolare sfociate anche in isteria collettiva in Argentina. Maradona è stato il simbolo di uno sport (il calcio), poi di una Nazione. E infine di una città (Napoli) e di un sconfinato popolo di sportivi. Nel cuore e negli occhi di questa moltitudine piangente, a cominciare da Partenope, si sono rinnovati e materializzati i fotogrammi di quelle gesta che diedero ai Napoletani un valido motivo per sentirsi finalmente primi, liberi da complessi di inferiorità verso le squadre e le città più ricche ed ordinate del Nord Italia. Eppure Maradona uscì malamente dalla scena calcistica partenopea allorquando, pagato e viziato oltre ogni misura, dimenticò quali doveri avesse nei confronti di un’intera città. Si era rifugiato nella droga e compromesso con frequentazioni equivoche, certo non consone all’immagine ed al ruolo da lui svolto. Traversie umane, le sue, che pure avrebbe dovuto affrontare e vincere. Vicende di non poco conto per uno sportivo del suo rango, e soprattutto un’onta che finì per macchiare il rapporto filiale che aveva con Napoli: un amore tra due entità eccezionali. Da una parte la città del Golfo, dall’altra la “la mano de Dios” che aveva beffato e poi surclassato, con un gol da cineteca, i maestri del calcio inglese ai mondiali in Messico del 1986. Anche il Napoli, inteso come club, fu eccezionale, sottraendolo a suon di miliardi di lire (ben 16), al Barcellona, dove pare fosse infelice. Il patrimonio personale economico finanziario stimato per Maradona ammonterebbe ad oltre 200 milioni di euro. Un patrimonio che per la sua enorme dimensione certifica che, a fronte di una condotta semplice e mai venale, Diego ha saputo come far fruttare la sua notorietà ed il suo mito. Ma sono aspetti ritenuti marginali dalla gente che, in genere, è disposta a perdonarti tutto tranne il successo. Il fervore, a volte anche folclore, col quale i tifosi e gli estimatori lo stanno piangendo, credo sia il condensato di un affetto sincero, impastato coi ricordi che di per se stessi, sono sempre struggenti. A nessuno verrà in mente di fare l’esegesi della parte non calcistica della vita del Pibe, neanche quando, andato a Cuba per disintossicarsi dalla droga e dall’eccessivo peso che ne aveva deformato i contorni, si trasformò in una specie di ambasciatore di quel controverso personaggio politico chiamato Fidel Castro. Insomma, fuori dal rettangolo di gioco Maradona diventava un individuo normale ed anche discusso e discutibile. Ora bisognerebbe difenderne la memoria dagli zelatori e da quelli che, a caccia di pubblicità a buon mercato, spingono per erigergli un monumento. A Napoli, ricordiamolo, il monumento gli fu innalzato in vita e gli furono perdonati tutti gli errori commessi. La mitologia greca ci insegna che il portato di un Dio era quello di coltivare i vizi degli uomini ed al tempo stesso la grandezza degli dei. In fondo questa fu la sintesi umana e calcistica di Maradona.

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