Ora ripensiamo l’autonomia

Ernesto Paolozzi, docente di Storia della Filosofia contemporanea presso l'università Suor Orsola Benincasa di Napoli

C’è poco da fare, la pandemia mondiale sta diventando un potente quanto imprevedibile acceleratore dei processi storici. Come dopo le grandi guerre non solo si ridisegnano i confini geopolitici del mondo, mutano le grandi ideologie, ma si modificano stili di vita, costumi, modi di essere, piccole abitudini si perdono ed altre entrano a far parte della vita di tutti i giorni senza quasi accorgersene. E’ quello che sta accadendo nel mondo del lavoro con l’impressionante accelerazione della tecnologia telematica, con il lavoro da casa che muterà la vita di tutti noi radicalmente. Ce ne accorgeremo presto o tardi, non lo sappiamo, le classi dirigenti, il mondo della politica e dell’informazione saranno in grado di prevedere il cambiamento e governarlo per il meglio evitando di precipitarci in una formidabile crisi, nemmeno lo sappiamo. Le innovazioni certe volte si assorbono così, strada facendo e quasi sembra che non sia mutato niente. E, invece, modificano radicalmente la nostra vita. E’ stato così con la televisione, con il computer, con i telefonini e così via. Anche il mondo della scuola come quello della formazione in generale, risentirà profondamente dell’accelerazione imposta dalla pandemia a processi che, a pensarci bene, erano già in atto. Non voglio tornare sulla polemica ormai stantia sulla scuola in presenza e a distanza così come si è sviluppata in questi mesi, vorrei mettere in luce una questione che sta emergendo grazie a quella polemica pregiudiziale e spesso sciocca (in certo qual modo la provvidenza esiste, una laica provvidenza), la questione dell’autonomia della scuola. Come sappiamo la nostra si denomina la scuola dell’autonomia da ormai più di venti anni. Fu una riforma in teoria buona. Si trattava di liberare, adeguandosi alle direttive europee, energie competenze e differenze generalmente mortificate da un sistema centralistico asfittico e farraginoso non al passo della rapidità e della complessità della nostra società. Ma la scuola dell’autonomia è rimasta sulla carta.
Anche l’ultima riforma, quella che intendeva concedere più autonomia ai presidi (come è brutto dire dirigenti scolastici) si è arenata di fronte alla burocrazia, all’incapacità del legislatore di adeguare l’intero assetto legislativo che inevitabilmente interagisce con quello della scuola. I presidi hanno più responsabilità, un po’ di soldi in più ma quasi nessuna possibilità di attuare una vera e propria autonomia. La pandemia ha reso evidente questo limite se si pensa al conflitto che si è determinato fra i fautori della scuola in presenza e quelli che preferiscono la scuola da casa. La questione si sarebbe potuta gestire meglio (senza ignorare le difficoltà oggettive, talvolta insuperabili) se le scuole avessero avuto la possibilità di modificare gli orari i programmi, la didattica( solo ora arrivano linee guida circa la didattica mista), la gestione del personale. Ma niente, alcuni dogmi sembrano intoccabili, come quello del tempo scuola asservito ad un’idea astratta, quantitativa del diritto allo studio appiattito sulle ore e i minuti. Così per il cosiddetto orario di servizio. Faccio un esempio semplice. Con la didattica a distanza è evidente che i bidelli hanno poco o niente da fare. E, allora, che si fa per rispettare il dogma dell’orario di servizio? Si inventano, con mille sotterfugi, lavori inutili per i collaboratori scolastici. Perché? Per saziare la cattiveria e l’invidia di quelli che, invece, sono costretti a lavorare? Per essere ligi rispetto ad un’idea astratta di lavoro? Per tanti aspetti situazioni analoghe si presentano per ogni attività delle nostre scuole. E, allora, non potendo far niente gli istituti si trovano stretti e sballottati fra Ministero, regioni, sindaci e genitori, quasi sempre del tutto ignari dei problemi in campo, polemizzano con i presidi, i professori e fra loro invocando diritti di qua e diritti di là, diritto allo studio e diritto alla salute, così a casaccio. Un triste spettacolo: l’autonomia si trasforma in una sorta di anarchia della mediocrità, del rancore. Come troppo spesso in questi ultimi anni che accompagnano il nostro declino.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome