Investire in ricerca: sì, ma quale?

Da quando è arrivato in Italia il virus che si è rivelato il grande protagonista del 2020 si è spesso invocata “la ricerca”, come fosse una provvidenza benevola, un deus ex machina pronto a intervenire per sbrogliare la matassa in cui noi, comuni mortali, siamo aggrovigliati. La si è invocata tanto, ma raccontata poco. In che condizioni è, allora, il mondo della ricerca italiana, oggi? È in salute o, come in tanti settori di questo Paese, chi ci lavora deve cavare il sangue dalle rape? Come qualcuno già avrà intuito, è vera la seconda. Da anni le organizzazioni di rappresentanza del settore accademico (il campo ricerca e quello universitario sono, in realtà, inseparabili) ne denunciano il grave sottofinanziamento: la quota di bilancio impiegata dallo Stato italiano è minima rispetto all’impegno corrispondente nelle grandi democrazie europee, e siamo costantemente agli ultimi posti in questa classifica tra i paesi UE e OCSE. Questo si riflette, inevitabilmente, sulle condizioni di lavoro. All’inizio della crisi pandemica ebbe grande risonanza il lavoro svolto sul virus da un gruppo di ricercatrici precarie dello Spallanzani, che vennero successivamente stabilizzate. Questo non ha però portato a un intervento sistemico: come rappresentato nell’ultima indagine dell’ADI, l’associazione che rappresenta dottorandi e dottori di ricerca, da qualche anno la maggioranza dei lavoratori nel campo della ricerca pubblica ha un contratto a tempo determinato. Una proposta di riforma di questo segmento, presentata dal PD dopo un’approfondita interlocuzione con le organizzazioni di rappresentanza, è da più di un anno incagliata in Parlamento, senza che se ne intraveda, per ora, un esito positivo. Anche altri segnali, più recenti, non inducono all’ottimismo: da mesi dottorandi e assegnisti di ricerca sono in mobilitazione per ottenere una proroga dei loro contratti, corrispondente perlomeno ai periodi di lockdown. Le attività di ricerca, infatti, sono state duramente colpite, per la difficoltà di spostarsi (in tanti hanno visto ridurre o addirittura sfumare le proprie occasioni di studio all’estero, con grave danno per i curricula) o di accedere a biblioteche, archivi e luoghi di discussione. Finora il governo ha invece concesso appena due mesi di proroga, nient’altro che un contentino, con la consueta giustificazione che non ci sono soldi sufficienti. Se queste sono le motivazioni, però, c’è da dire che diventa sorprendente trovare, tra le bozze della prossima finanziaria, un articolo che aumenta di 84 milioni i fondi che lo Stato concede ogni anno alle università private; questo provvedimento, chiaramente in contrasto con i principi costituzionali, se approvato aumenterà del 44% l’investimento statale in queste attività. In sintesi: i fondi per prorogare i giovani studiosi che hanno visto le proprie ricerche danneggiate dalla pandemia non ci sono, ma ci sono invece per finanziare strutture che non dovrebbero ricevere emolumenti con denaro pubblico. E dunque, in conclusione, quando invochiamo la ricerca italiana, dobbiamo tenere presente che questa è la situazione, figlia di un ventennio di disinvestimento e di dichiarazioni volte a spiegare che “con la cultura non si mangia”: un settore, perlomeno nel pubblico, con grandi professionalità, ma sottofinanziato e portato avanti innanzitutto da precari. Sarebbe ora di trarre un insegnamento di lungo periodo dalla tragica stagione che stiamo attraversando, e intervenire per correggere: le università e la ricerca sono gli argini da costruire oggi per prepararci alle crisi del futuro.

Lorenzo Fattori

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