Mes, allarme crisi (quasi) rientrato in maggioranza. Conte: “Il Governo non cadrà”

Foto Filippo Attili / Palazzo Chigi / LaPresse

ROMA – Basta citare il Mes perché si scateni il putiferio. Tra le opposizioni, ma soprattutto nella maggioranza. Perché un problema esiste, e grosso: una fetta di parlamentari Cinquestelle non vuole che l’Italia dia l’assenso, in sede Ue, alla riforma dei Trattati istitutivi del Meccanismo europeo di stabilità. E ha scelto il 9 dicembre come data per esprimere il dissenso, quando le Camere saranno chiamate a votare le Risoluzioni in vista del Consiglio europeo: se i 16 senatori pentastellati confermassero il proprio no, le forze che sorreggono l’esecutivo andrebbero sotto coi numeri e al presidente del Consiglio non rimarrebbe altra strada se non quella del Colle, per riconsegnare le chiavi di Palazzo Chigi al capo dello Stato.

Uno scenario che Conte cerca di smontare prima che possa succedere l’irreparabile

“Il voto non sarà sull’attivazione del Mes ma su alcune sue modifiche che, grazie anche al contributo dell’Italia, sono servite a migliorare un meccanismo già esistente dal 2012”. Un mantra ripetuto anche nell’assemblea congiunta di senatori e deputati M5S di venerdì sera. In una delle riunioni più infuocate di sempre, il capo politico, Vito Crimi, il capo delegazione Alfonso Bonafede e uno dei leader più ascoltati, Luigi Di Maio, hanno spiegato per filo e per segno le caratteristiche tecniche di questa riforma e che impatto nefasto potrebbe avere la protesta sul prosieguo della legislatura.

Riassumendo in una sola frase: si va a casa. La sensazione è che il messaggio sia passato, forte e chiaro, tant’è vero che Crimi, il giorno dopo, alla domanda se il governo cadrà, replica senza esitazioni: “Assolutamente no”. Parole rassicuranti per tutta la coalizione, anche se appare chiaro che una volta passata la tempesta, dal 10 ripartirà lo scontro nella maggioranza.

I presupposti ci sono tutti e si vedono a occhio nudo. Per esempio nel botta e risposta televisivo tra Crimi e Matteo Renzi. Il leader di Iv, infatti, prima dice che una crisi dell’esecutivo sul voto del 9 dicembre sarebbe tutta colpa dei Cinquestelle, poi riparte all’attacco calcolando che rinunciare alla linea di credito sanitaria da 37 miliardi, usando solo gli scostamenti di bilancio, costerebbe all’Italia 300 milioni di euro all’anno, 3 miliardi nel decennio, visto che i tassi di interesse del Mes ‘light’ sono oltremodo bassi.

La replica del capo politico pentastellato non si fa attendere

“Le condizionalità possono portare domani ad avere degli obblighi di riforme strutturali imposte dall’esterno al nostro Paese, che comportano tagli sociali”. L’esempio che porta è la genesi della legge Fornero. Ma sul punto anche il Pd legge lo stesso spartito dei renziani. Infatti, Nicola Zingaretti ribadisce: “E’ molto vantaggioso per finanziare e conviene prendere queste risorse”.

Il governatore del Lazio non salta alle conclusioni

“Il dibattito è aperto e non deve essere ideologico, guardando al passato, ma rivolto alle opportunità di ammodernamento del nostro Servizio sanitario”. Motivazione che vede sullo stesso fronte anche Forza Italia, mentre il partito di Silvio Berlusconi dice ‘no’ alla riforma tout court dello strumento, come gli alleati di centrodestra. Che almeno su questo torna unito.

Nella maggioranza si rincorrono gli appelli alla coesione

Luigi Di Maio chiede di pensare a risposte concrete su Lavoro, investimenti per le imprese, sostegno ad artigiani, partite Iva, commercianti e a chi è in difficoltà, “non a farci la guerra”. Il ministro degli Esteri è in vena, e una stoccata la riserva anche ai suoi: “Mercoledì si voterà per dare mandato pieno al premier di andare ai tavoli europei dove si parlerà anche di sbloccare i veti di alcuni Paesi al Recovery fund. Sarebbe da irresponsabili votare contro”. (LaPresse)

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