Scuola, teatrino sulla riapertura

L’etimologia del termine dialettale “guarattelle” (o anche “guattarelle”) è affascinante. Deriva infatti da “guattare”, ossia “acquattare”. In sintesi, nascondersi, che era quello che il puparo faceva nella “scarabattola” (lo spazio dove si celava). La declinazione napoletana del teatro delle marionette, con Pulcinella assoluto protagonista degli sketch, assume una connotazione semplice e popolare al punto tale da generare negli anni a venire modi di dire del tipo “fare le guarattelle” per indicare contese di poco conto, diatribe inutili, che sopravvivono agli anni.

Le guaratelle ad esempio le hanno fatte durante il Consiglio dei Ministri della notte del 4 gennaio (è divertente a tal proposito ricordare come il presidente Conte sostenesse che il suo Governo non agisse col favore delle tenebre, ma tutto succede da mesi a notte inoltrata).

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Il tema sul tavolo era relativo alle nuove misure anti-Covid. Il motivo dello scontro: il rientro a scuola in presenza. Protagonisti del teatrino serale un ministro Franceschini nelle insolite vesti di un Balanzone estremamente pignolo, che chiedeva il rientro in aula non prima del 15 gennaio; i ministri di Italia Viva che appoggiavano invece la linea di una Azzolina un po’ Colombina che non ci sta a chinare la testa e spinge (da sempre) per il ritorno in aula il 7 gennaio; il ministro ai Trasporti Paola De Micheli che come il più classico dei Brighella si trova nella bega senza saper bene come ci è finita; in ultimo il resto dell’esecutivo. L’ennesimo scontro interno alle forze di maggioranza si risolve con l’accordo di Arlecchino, il cui vestito è fatto di pezze rattoppate: si rientra il 7 per le scuole primarie e secondarie di primo grado, l’11 in presenza al 50 percento per le scuole superiori. Fumata bianca, raggiunto l’accordo e scongiurata l’ennesima tensione mentre sullo sfondo minacciosa continua a esserci l’ombra della crisi di Governo (alla meno peggio, un Conte-ter).
Il teatro delle guarattelle può quindi chiudere il suo sipario di stracci riportando tutti alla realtà: le Regioni faranno comunque quel che gli pare. Eh già, perché a dichiarare di voler seguire la linea centrale sono Lombardia e Toscana, con la Sicilia che in realtà si trova casualmente ad essersi data le stesse regole. I restanti governatori avevano già da tempo annunciato la volontà di misure maggiormente restrittive: Zaia e Fedriga, rispettivamente alla guida di Veneto e Friuli Venezia Giulia, hanno già dichiarato che la Dad (didattica a distanza) proseguirà fino a fine gennaio. Sulla stessa linea Puglia e Marche. De Luca (Campania) fa sapere che – fatta eccezione per infanzia e prime classi delle elementari – non ha intenzione di far tornare i ragazzi fisicamente in aula prima del 25 (superiori) e 18 (tutti gli altri). Toti (Liguria) è per un cauto ponte lungo: che torniamo a fare a scuola giovedì e venerdì? Si riparte tutti insieme l’11 e non se ne parli più.

In estrema sintesi, l’ennesima situazione di tensione politica sembra quasi fine a sé stessa. Un braccio di ferro per una manciata di giorni in un anno già da dimenticare per il mondo scolastico. Una contesa di poco conto, appunto. Hanno fatto le guarattelle. Nell’interesse – chiaramente – non di un singolo partito o gruppo che vuole in questo periodo storico rafforzare la propria posizione, ma sempre e solamente della Nazione.

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