I candidi manti

Vincenzo D'Anna, ex parlamentare

Che fossimo stati culturalmente colonizzati dagli Americani, intesi come statunitensi, è cosa risaputa. Per chi avesse ancora qualche dubbio in proposito, basterà guardare i programmi televisivi trasmessi, negli anni scorsi, negli States e come gli stessi siano stati puntualmente messi in onda, riveduti e corretti, anche in Italia qualche tempo dopo. Lo stesso dicasi per il tipo di “giornalismo d’assalto”, il tenore dei format televisivi e delle trasmissioni pollaio che puntualmente vanno in onda, ogni settimana in prima serata, su tutte le reti nazionali, pubbliche o private che siano. Insomma: un dagherrotipo, quasi un segno distintivo di emancipazione lo scopiazzare quel che va di moda Oltreoceano.

Con le mode assorbiamo anche le principali tematiche politiche ed economiche in voga negli Usa, le quali finiscono, poi, col condizionare anche il dibattito politico nostrano. Non c’è leader di partito italiano che non aspiri essere ricevuto alla Casa Bianca per poter mostrare d’essere bene accetto nel centro della potenza economica, politica e militare mondiale. Mai, però, l’attenzione di taluni ambienti nostrani era stata così costantemente vigile e critica nei confronti delle vicende americane come accaduto nel periodo della presidenza Trump. Un riflettore sempre acceso fin dai suoi albori, a partire dalla campagna elettorale, allorquando furono clamorosamente smentite le previsioni e gli auspici formulati dai leader politici e dei maître a penser del giornalismo tricolore, della cultura del fronte progressista italiano. Un fronte compatto che si era espresso chiaramente in favore dell’elezione di Hillary Clinton. Come nella migliore tradizione italiana, tutto lo schieramento di centrosinistra non ha mai digerito la vittoria dei Repubblicani e men che meno il responso elettorale in favore del “Tycoon”.

Un giudizio oltre che negativo politicamente, finanche sprezzante per un uomo definito un “parvenu politico” se non un rozzo dilettante. Peggio ancora per il modo di far politica del presidente americano, imprevedibile ed inusuale, che spesso ha sparigliato le carte in tavola modificando abitudini e consuetudini, innovando finanche la comunicazione, di tipo diretto, con il popolo, amministrandola attraverso l’uso frequente dei social. Quasi tutte le cancellerie a livello europeo non hanno perdonato a Trump la schiettezza del suo parlare franco e diretto, lontano dalle ipocrisie e dai paludamenti della politica “diplomatica”.

Nella sostanza: a far storcere il muso ai benpensanti (italiani ed europei) sono state alcune prese di posizione di quel presidente, tra le quali il voler affrontare le questioni ambientali in maniera realistica, cioè per quelle che sono, denunciando la fallacia e la demagogia dei vari trattati improntati all’ecologismo spinto, come peraltro hanno fatto alcuni grandi Nazioni in via di sviluppo quali Cina ed India. La volontà di rivedere il quadro delle alleanze militari e la ripartizione degli oneri economici che occorrono per mantenere l’Europa militarmente al sicuro, ha fatto tutto il resto. Una politica, quella adottata da Trump, grazie alla quale gli Usa hanno posto finalmente termine alla ventennale occupazione di alcuni paesi in medio oriente. Un risultato, quest’ultimo, eclatante ancorché mai riconosciuto dai detrattori dell’inquilino della Casa Bianca e che forse, in altri tempi e per un altro leader, sarebbe valsa addirittura il premio Nobel per la pace.

Anche in campo economico Trump ha dato preminenza ai prodotti americani per contrastare l’espansionismo cinese, imponendo dazi su taluni prodotti. Al contempo, però, il presidente ha sostenuto gli investimenti e mantenuto aperto i mercati ai prodotti “made in Usa” con la conseguenza di vedere aumentati prodotto interno lordo e livelli di occupazione, nel mentre le banche d’affari e la borsa statunitense si sono rimesse in sesto dopo la crisi degli inizi del nuovo secolo. Agli oppositori interni ed ai buonisti internazionali non è però garbata la campagna di interdizione dei flussi migratori dei clandestini che a migliaia arrivavano dal Sud America e varcavano la frontiera. Insomma: un uomo determinato a dire e di conseguenza a fare quello che riteneva essere l’interesse Nazionale. Può non piacere il modo sgarbato e tronfio con il quale il Tycoon ha prima annunciato e poi realizzato il suo programma, ma certo gli va riconosciuto di aver risollevato le sorti americane.

Oggi questo uomo è messo al bando, per un eccesso polemico e per aver cavalcato malamente la protesta. Viene interdetto dai proprietari dei social e minacciato di essere destituito dalla carica al termine del suo mandato, per marchiare col fuoco dell’infamia la sua politica. Una vergogna che viene taciuta per convenienza e per disprezzo dalle solite vergini dai candidi manti…

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