Protesta dei ristoratori: “Venerdì apriamo nonostante il divieto”. Fipe: modo sbagliato

Una iniziativa dalla quale Fipe Confcommercio prende le distanze "in maniera assoluta" perché "dalla ragione non si può passare al torto"

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

MILANO – ‘Io apro’, nonostante i divieti: esplode la protesta dei ristoratori contro le misure anti-Covid previste dal Governo che vede gli esercizi commerciali ancora chiusi in molte zone di Italia. L’appuntamento, la cui organizzazione viaggia sulle piattaforme social, è per venerdì’ 15 gennaio. In barba alla normativa vigente, nelle regioni arancioni, i ristoratori e i titolari dei pubblici esercizi riapriranno i loro locali. Una iniziativa dalla quale Fipe Confcommercio prende le distanze “in maniera assoluta” perché “dalla ragione non si può passare al torto”.

“Siamo vessati, maltrattati e non ristorati – dice Aldo Cursano, presidente di Fipe-Confcommercio Toscana e vicepresidente nazionale – ma non si può né si deve passare dalla ragione al torto violando le regole. Espone al rischio di multe e controlli da parte delle forze dell’ordine”.

La protesta in Campania

In Campania, un gruppo di ristoratori, baristi e fornitori ha intanto bloccato un tratto dell’autostrada Napoli-Roma. La protesta era iniziata questa mattina a Caserta intorno alle 10. I manifestanti, che si erano radunati in un autogrill all’altezza di Teano, hanno poi deciso di bloccare il traffico sulla Napoli-Roma, fra Capua e Caianello. Il corteo si è diviso in due, bloccando le auto per svariati chilometri: l’obiettivo è quello di raggiungere Roma per venerdì. Un gesto che la Fipe condanna perché “qualsiasi protesta non può e non deve condizionare la vita e la libertà delle altre persone”. “Le ragioni della protesta sono comprensibili ma il metodo è assolutamente sbagliato”, fa eco Massimo di Porzio, presidente Fipe Campania.

Le associazioni regionali

Le associazioni regionali del comparto della ristorazione che aderiscono alla Confederazione Tutela nazionale imprese (Tni), un consorzio che rappresenta oltre 40mila imprenditori, in una lettera destinata ai prefetti e ai ministri dell’Economia e dello Sviluppo Economico Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli chiedono di porre fine a misure restrittive che giudicano “inique e discriminatorie” e lo stato di emergenza “con la previsione di immediati risarcimenti per i danni causati da chiusure e limitazioni”.

Il grido di aiuto

“Il Governo si è mostrato sordo al grido di allarme lanciato da migliaia di lavoratori, professionisti ed imprenditori travolti da uno stato di crisi senza precedenti a causa delle restrizioni imposte alle loro attività”, si legge nella missiva in cui si precisa che “le azioni del Governo si sono mostrate nei fatti, tardive, inique ed assolutamente insufficienti”. Come, ad esempio, l’accesso al credito, concesso per arginare la crisi di liquidità, “ha di fatto aggravato l’indebitamento di società che, non potendo espletare la propria attività in maniera proficua per le ragioni ormai note, potrebbero essere impossibilitate alla restituzione delle somme ottenute. Questa situazione rischia di diventare irreversibile e di sfociare in fallimenti a catena”. Servono “immediati risarcimenti per i danni subiti dalle chiusure onde evitare ulteriori fallimenti e suicidi”. 

(LaPresse/di Laura Pirone)

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