La tesi del Ros: “Siciliano vicino alla cosca Belforte”

L'imprenditore, indagato per partecipazione al clan dei Casalesi, ieri è stato scarcerato dal Riesame di Napoli. Sotto la lente degli investigatori i rapporti con Tartaro (non coinvolto nell'inchiesta)

Vincenzo Tartaro (non indagato) e Paolo Siciliano (ieri scarcerato dal Riesame: è sotto inchiesta per associazione mafiosa)

MARCIANISE – “Un mazzacane”: è la parola che i fratelli Nicola e Mario Francesco Capaldo, mentre conversavano in auto, avevano usato per indicare Paolo Siciliano, imprenditore 56enne di Capodrise. E per i carabinieri del Ros, che in quella macchina avevano piazzato una cimice, il termine adoperato dai casapesennesi aveva un riferimento esplicito: i due, nipoti di Michele Zagaria, capoclan dei Casalesi, associavano l’uomo d’affari alla cosca di Mimì ‘e Mazzacane, al secolo Domenico Belforte.

La casa per Grillo

Intercettazioni, pedinamenti e riscontri documentali sono serviti ai militari per approfondire l’eventuale connessione di Siciliano alla criminalità organizzata di Marcianise. Da questo lavoro è emerso che l’imprenditore, su richiesta di Laura Barbato, ex direttrice del supermercato Briò di Recale e cugina del collaboratore di giustizia Bruno Buttone, nell’estate del 2016 si attivò per trovare una casa fuori dalla Campania a Roberto Grillo, ora 33enne, figlio di Angelo, considerato uno dei principali businessman dei Belforte. I due vennero arrestati il 16 giugno 2014 per aver turbato una gara d’appalto con l’aggravante di aver agevolato i Mazzacane. Quando Roberto fu scarcerato, aveva bisogno di un alloggio lontano dal Casertano. La Barbato, che sollecitò Siciliano a recuperargli un appartamento, è la madre di Rosa Baffone, compagna del 33enne. E la casa venne trovata a Lozzo Atestino. Se l’alloggio saltò fuori è grazie ad un rifornitore di carni conosciuto da Siciliano attivo in provincia di Padova. Una volta firmato il contratto, Siciliano si sarebbe interessato costantemente delle condizioni logistiche del giovane Grillo, preoccupandosi pure di trovargli un lavoro. Atteggiamento, sostiene il Ros, che conferma la sua eventuale messa a disposizione verso la compagine camorristica

Il rapporto con Tartaro

I carabinieri hanno acceso i riflettori anche sulla relazione tra il 54enne e Vincenzo Tartaro, 56enne di Marcianise, conosciuto come ‘o barbiere. A legare i due, oltre un rapporto di amicizia, ci sarebbero pure interessi economici.

A gettare ombre su Tartaro è stato il pentito Bruno Buttone: le informazioni che ha reso nel 2012 sono state usate dai militari per tracciarne il profilo. “Fa l’usuraio ed è stato sempre in buoni rapporti con la famiglia Belforte, in quanto imparentato con Paolo Siciliano, titolare di un deposito di generi alimentari, molto vicino al clan. I Belforte – ha dichiarato il collaboratore – hanno autorizzato Vincenzo a fare l’usuraio e sono a conoscenza che è proprietario di diversi immobili acquisiti con i soldi proventi di usura. Ho avuto contatti diretti con lui e ho fornito notizie sui di lui alla guardia di finanza di Marcianise”. Le parole del pentito, logicamente, non sono vangelo. Agli investigatori il compito di verificare se quelle che ha riferito sono circostanze reali o solo calunnie.

Il Ros sostiene che tra Siciliano e Tartaro c’erano interessi di natura economica e immobiliare. A settembre 2016, mentre il 54enne di Capodrise rientrava da Amorosi lo contattò telefonicamente. Si era recato nel Beneventano per verificare lo stato di alcuni appartamenti, intestati a tale Francesco Abbate, che doveva dare in locazione ad alcuni extracomunitari, riferendo al barbiere che stava “lavorando anche per lui”, lasciando intendere, affermano i militari, che si adoperava per comuni interessi economici.

Il supermercato a Capua

L’ipotetico link tra Siciliano e Tartaro secondo i carabinieri viene confermato pure da una vicenda capuana. Il 7 settembre 2016 i militari della locale Compagnia intervennero presso il supermercato situato al quadrivio Caputo, allertati da alcuni residenti per dei rumori causati dei lavori edili. Sul posto giunse anche la polizia locale. L’episodio innescò un giro di telefonate che, stando alla tesi degli investigatori, dimostrò come il supermercato di fatto era riconducibile a Siciliano, nonostante fosse concesso in fitto alla ‘Di Giovanni srl’.

L’imprenditore, contattando il formale direttore dell’attività commerciale capuana e gli altri direttori di filiale, cercò di capire le eventuali conseguenze penali ed amministrative dei controlli. Dopo i vari consulti, decise di bloccare i lavori e regolarizzare la posizione degli operai impiegati. Si preoccupò inoltre di individuare un referente all’interno degli uffici del Comune con il quale potersi relazionarsi. Se riuscì ad averlo fu sempre grazie a Tartaro. Quest’ultimo, il giorno seguente, attraverso l’intercessione di Angelo Carusone, riuscì a fissare un appuntamento con Carlo Ventriglia, comandante dei caschi bianchi di Capua.

Angelo Carusone (non indagato) e Paolo Siciliano pedinati a Capua

Siciliano e Carusone, nel 2016 candidato al consiglio comunale a sostegno del sindaco Antonello Velardi, la mattina dell’8 settembre 2016 raggiunsero effettivamente il comando dei vigili urbani. Lasciati gli uffici della polizia locale, si recarono al negozio di Tartaro, a Marcianise

L’indagine

Questi elementi sono stati inseriti dal Ros nell’inchiesta della Dda, coordinata dal pm Maurizio Giordano, che a gennaio ha portato all’arresto i fratelli Capaldo (scarcerati dal Riesame), Paolo Siciliano e altri 4 indagati con l’accusa di associazione mafiosa. La Procura contesto loro l’aver contribuito alle attività del clan dei Casalesi (fazione Zagaria). Nell’ipotesi di reato non viene indicata la presunta relazione con i Belforte. Il tribunale della Libertà, ieri pomeriggio, ha annullato il provvedimento cautelare emesso il mese scorso dal gip nei confronti di Siciliano, assistito dagli avvocati Claudio Sgambato e Federico Simoncelli.

Laura Barbato, Rosa Baffone, Roberto Grillo, Francesco Abbate, Vincenzo Tartaro, Carlo Ventriglia e Angelo Carusone non sono indagati nell’inchiesta sui Capaldo e Siciliano.

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