Ma non chiamatelo Governo del cambiamento

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 13-02-2021 Roma Politica Quirinale -Giuramento del governo Draghi Nella foto In prima fila da sx, Daniele Franco, Marta Cartabia, Luigi Di Maio, Sergio Mattarella, Mario Draghi, Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini, Giancarlo Giorgetti. Seconda fila da sx: Roberto Speranza, Maria Cristina Messa, Andrea Orlando, Roberto Cingolani, Stefano Patuanelli, Enrico Giovannini, Patrizio Bianchi, Dario Franceschini, Federico D'Incà. Terza fila da sx: Erika Stefani, Fabiana Dadone, Maria Stella Gelmini, Vittorio Colao, Renato Brunetta, Mara Carfagna, Elena Bonetti, Massimo Garavaglia. Photo Roberto Monaldo / LaPresse 13-02-2021 Rome (Italy) Quirinale palace - Oath Ceremony of the Mario Draghi's government In the pic In the first row from the left: Daniele Franco, Marta Cartabia, Luigi Di Maio, Sergio Mattarella, Mario Draghi, Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini, Giancarlo Giorgetti. In the second row from the left: Roberto Speranza, Maria Cristina Messa, Andrea Orlando, Roberto Cingolani, Stefano Patuanelli, Enrico Giovannini, Patrizio Bianchi, Dario Franceschini, Federico D'Incà. In the third row from the left: Erika Stefani, Fabiana Dadone, Maria Stella Gelmini, Vittorio Colao, Renato Brunetta, Mara Carfagna, Elena Bonetti, Massimo Garavaglia

Il popolo spera sempre che ogni nuovo Governo possa essere il “Governo del cambiamento”. Questo perché sarà anche filosoficamente insita l’insoddisfazione nell’essere umano, ma anche perché – diciamocelo – questa pandemia ha lasciato sul suo percorso morti e feriti, nel bene e nel male. Dal tecnocrate Mario Draghi, agli occhi degli italiani avulso dalle logiche di partito e dal Game of Thrones dei vari Salvini, pentastellati e Renzi, si aspettava quello che si aspetta ad ogni nuovo giro di giostra: cambiamento. Ma questo cambiamento così tale non poteva essere per due ordini di motivi. In primis, l’attuale “maggioranza” (se così può essere definita) è uno dei più larghi compromessi politici della storia di questo Paese, e i suoi interpreti restano sempre gli stessi (si vedano i ministri in quota Forza Italia, per intenderci). In secondo luogo, l’attuale momento storico non concede il lusso di rivoluzioni in corsa. Dietro le machiavelliche manovre di Palazzo in realtà ci sono uomini e donne. Questi uomini e queste donne, di nomina politica, sono chiamati a formarsi in materie nuove con un pregresso storico importante. Insomma, roba che non si può acquisire nella propria formazione dalla mattina alla sera perché così è stato deciso dall’alto.

Questo può essere letto come un buon segno. I giochi di poltrone non hanno fermato il lavoro di alcuni dicasteri chiave in questo momento storico, e in tal senso sono da ricondurre le riconferme di Roberto Speranza (Salute), Dario Franceschini (Cultura) e Luigi Di Maio (Esteri). Immaginate per un momento la sostituzione in blocco di uno staff che sta lavorando da oltre un anno sulla pandemia e la necessità dei professionisti entranti di cominciare da zero, con tutto il tempo che comporta? Un lusso che in questo momento non possiamo certo permetterci. In quest’ottica le scelte del nuovo Presidente del Consiglio hanno superato l’opinabilità del lavoro svolto preservando la continuità dell’operato da stop-and-go con motivazioni squisitamente politiche difficili da digerire per tutti. Ma, d’altro canto, le stesse scelte accantonano definitivamente il cambiamento tanto sognato. Perché anche gli entranti non sono certo nomi e volti nuovi a Roma. Non parliamo dei politici, parliamo dei cosiddetti “tecnici”.

Si veda Patrizio Bianchi, chiamato a salvare la scuola italiana (per poi proporne la santificazione in caso di successo). Patrizio Bianchi è il nuovo che avanza dopo la Azzolina? Certo che no: è stato a capo della task-force ministeriale che aveva il compito di “indicare la via” per il ritorno a scuola a settembre in totale sicurezza. Mentre il commissario Arcuri ordinava i banchi con le rotelle e il ministro Azzolina dimenticava di normare le prestazioni di lavoro in Dad (erogate per mesi senza essere inquadrate legislativamente), Bianchi era a capo di 18 esperti che a giugno esprimevano una serie di dichiarazioni (inattese) per il rientro in sicurezza a scuola tra cui spiccavano “Non si va a scuola con la febbre”, “Bisogna evitare gli assembramenti”, “Bisogna mantenere la distanza di un metro tra gli alunni”, “Bisogna tenere la mascherina”, “Non toccatevi la faccia e la mascherina con le manine!”. A luglio Bianchi saluta, a settembre esce un suo saggio e in quell’occasione lascia trapelare un certo disappunto per un lavoro “rimasto nei cassetti”. Leggesi: inutile.

Il Ministro alla Transizione Digitale Vittorio Colao, altra nomina al profumo di novità, altro non è che lo stesso Vittorio Colao che guidava un’altra task force ministeriale non più di un anno fa (i governi Conte sono stati un plebiscito di task force): quella dei “venti obiettivi e cento proposte concrete per far ripartire il Paese” dopo la crisi pandemica. Indovinate? Anche quel documento sarebbe rimasto nel cassetto (del resto, a Roma hanno tantissimi cassetti). Quindi ora Colao è chiamato a prendere in mano a distanza di oltre 7 mesi quei progetti che lui stesso ha contribuito a scrivere, sperando che sappia in che cassetto sono finiti.

Transizione per transizione, anche il Ministro alla Transizione Ecologica Roberto Cingolani è un “taskforcista” (la stessa di Colao). Le Infrastrutture e i Trasporti sono andati invece a Giovannini, ex Ministro con Letta e altro “saggio” al servizio dello Stato (nel gruppo di saggi voluto dall’allora presidente Napolitano).

Insomma, chiamatelo come volete. Ma quello Draghi non è certo il Governo del cambiamento.

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