Schiavone e Iavarazzo accusano l’imprenditore Bimbo: “Era nel cartello dei Bretto. Lello Letizia il suo riferimento”

I riflettori del Gico di Firenze sugli affari immobiliari a Roma

CASAL DI PRINCIPE – Non solo Nicola Schiavone. Ad accusare Gherardo ‘Roberto’ Bimbo c’è anche Mario Iavarazzo, ex cassiere dei Casalesi (collaboratore di giustizia dal dicembre 2019): “E’ un imprenditore vicino al clan, sempre a disposizione. […] Amico di tutti – ha raccontato il pentito -, disponibile con tutti. […] Da Setola a Bidognetti, da Schiavone a noi dei Russo”.

Cantieri a Napoli Nord

Iavarazzo ne ha parlato lo scorso novembre con il pm Giulio Monferini della Dda di Firenze. Ma lo aveva già tirato in ballo in altri interrogatori per alcuni lavori nel Napoletano. E proprio quei cantieri, tra Sant’Antimo e Casandrino, avrebbero rappresentato il suo unico contatto diretto con Bimbo.

Mario Iavarazzo, collaboratore di giustizia
Mario Iavarazzo, collaboratore di giustizia

I soldi al clan

L’imprenditore, ha dichiarato il collaboratore, versava periodicamente denaro alla cosca. “In quegli anni l’ha fatto tramite Raffaele (Lello, ndr) Letizia, che rappresentava Giuseppe Russo (Peppe ‘o padrino, ndr) e il clan Schiavone. Lo stesso ha fatto per il Bidognetti, perché era molto amico di Giuseppe Setola da ragazzo”.

Le accuse di Schiavone

Le parole di Iavarazzo hanno confermato quanto già detto da Nicola Schiavone, primogenito del capoclan Francesco Sandokan, a gennaio del 2019.  “Parlava con Lello Letizia e Rodolfo Corvino, che erano i nostri responsabili per parlare con imprenditore. […] Bimbo – ha fatto sapere Schiavone – si interfacciava quando andava a fare i lavori, si metteva a posto. Quando li prendeva a fortuna, diciamo legalmente, pagava il 3 percento. Quando glieli davamo noi, pagava il 10”.

Il collaboratore di giustizia Nicola Schiavone


Il pm, per inquadrare meglio la figura di Bimbo, aveva chiesto al pentito se fosse una vittima del clan, un estorto. “Non esiste proprio – ha tagliato corto Schiavone -. Allora fin quando non mi hanno arrestato, i suoi punti di riferimento potevano essere Elio Diana, Franco Barbato, successivamente poteva essere Antonio Iovine, fino a novembre (2010, ndr)”. In quel periodo, ha aggiunto Schiavone, Bimbo imprenditorialmente “stava crescendo”.

Bretto

“Mi ricordo che ci comprammo la macchina uguale, teneva un M3 grigia, nel 2007-2008. [….] Sapeva corrompere, è uno di quelli che sapeva come trattare con le amministrazioni compiacenti, soprattutto nell’Alto casertano”. Secondo il pentito, Bimbo “apparteneva al gruppo dei fratelli Bretto, un cartello di imprenditore [….] Nelle nostre zone si dividevano a cartello. […] Concordavano chi dovesse vincere. Sulle zone dove le gare andavano libere, cercavano di fare in questo modo”. E da quelle procedure il clan avrebbe ricevuto tra il 10 o il 15 percento. “Dipende quanto era… Se era al massimo ribasso e arrivava al 38-39 percento, non potevi chiedere il 10. Noi cercavamo di farlo scendere, 15-16, 18-20, per poter chiedere di più. Oppure l’affidamento all’offerta migliorativa, con i ribassi minimi. E quindi là pagavano di più”.

L’inchiesta toscana

La figura di Bimbo è emersa nell’indagine ‘Minerva’ della Dda di Firenze che ha portato all’arresto Antonio Esposito e i fratelli Giuseppe e Raffaele Diana. I tre sono accusati di aver messo in piedi una holding (dalla quale Bimbo risulta estraneo) in grado di aggiudicarsi appalti nel nord Italia e attivare un sistema di false fatturazione per foraggiare le casse dei Casalesi ed investire il denaro sporco acquistando case e terreni.

Gli affari immobiliari

I militari del Gico di Firenze, che hanno realizzato l’inchiesta, hanno tracciato diversi rapporti imprenditoriali tra Bimbo ed Esposito. Hanno puntato i riflettori sulla compravendita di alcuni immobili realizzata dalla società Asa Immobiliare srl, della quale ha l’80 percento delle quote.

A gennaio del 2010 ha venduto una casa in via Frontone, a Roma, per 135mila ad Esposito, che il mese successivo ha rivenduto alla moglie Daniela Petruta Abaloaei per 86mila euro. La donna ad aprile dello stesso ha comprato pure un garage contiguo a quella casa da Lucia Battista, che aveva preso sempre dall’Asa Immobiliare.
La Battista, qualche mese dopo la cessione del garage, venne coinvolta nell’operazione  Untouchable della Dda di Napoli per intestazione fittizia di beni. A trascinarla in quella inchiesta, in realtà, furono le condotte contestate al marito che “per eludere le misure di prevenzione patrimoniali nei suoi confronti, quale imprenditore legato alla fazione Bidognetti de Casalesi” attribuì, dicono gli inquirenti, la titolarità dei beni alla consorte.
L’Asa Immobiliare nel settembre del 2012 ha venduto anche un villino, con garage annesso, per 130mila euro a Maria Cocchiaro, compagna di Guglielmo Di Mauro e titolare (dal 2014 al 2017) del 25 percento della Sa.Bi. Immobiliare, finita sotto sequestro nel 2018. E se scattarono i sigilli è perché veniva usata, sostiene la procura di Napoli Nord, per reimpiegare i soldi ottenuti dalla false fatturazioni attivate da Di Mauro. Il 25 percento della Sa.Bi. è di proprietà di Gherardo Bimbo. Le quote della Cocchiaro ora sono nelle mani di Raffaele Paone, cognato di Bimbo.

Nicola Schiavone: l’imprenditore Bimbo riferimento del clan per l’edilizia

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