MARCIANISE – Dice che quando ha collaborato con la giustizia non ha ricevuto gli stessi trattamenti riservati agli altri ‘pentiti’. Il boss Domenico Belforte sostiene anche che con l’omicidio della sua amante, Filomena Gentile, lui e la moglie, Maria Buttone (condannata all’ergastolo proprio per questo delitto), non c’entrano. Ha detto ai magistrati, inoltre, che è in grado di far ritrovare il corpo di Vincenza D’Alessandro, assassinata, secondo il mafioso, da Paolo Cutillo e Giovanni Santonicola. Ha rimarcato pure che la cosca dei Mazzacane da lui guidata insieme al fratello Salvatore è stata polverizzata dalle indagini dell’Antimafia. A completare l’elenco delle rimostranze, il fatto che soffre di claustrofobia e quindi non può stare in una cella per 22 ore di fila. Tutte queste ragioni avrebbero dovuto convincere i giudici della Sorveglianza di Roma, chiamati dalla Cassazione a riesaminare il suo caso, a revocargli il 41 bis. Invece, il Tribunale di Roma ha ritenuto che ci siano gli estremi per tenere il boss ancora al carcere duro.
Per i giudici, la caratura criminale di Domenico Belforte rende concreto il pericolo che, se sottoposto a un regime detentivo più leggero, possa costituire “un polo attrattivo per la ricostruzione del clan”, scenario che è reso ancor più concreto dal ritorno in libertà di diversi soggetti connessi direttamente e indirettamente alla cosca. Chi sono? I giudici mettono nero su bianco una lista e, scorrendola, si leggono i nomi dei suoi stessi figli, Camillo e Salvatore Belforte, di Eremigio Musone e del cugino omonimo, di Simmaco Zarrillo, figlio di Francesco, affiliato di spessore ai Mazzacane, e nell’elenco il Tribunale ha inserito anche Giovanni Anziano, killer del clan, e arrestato nuovamente lo scorso ottobre perché, mentre era ai domiciliari, sostiene la Dda di Napoli, aveva ripreso a estorcere alcuni imprenditori. Non è passata inosservata al Tribunale neppure la fuga di Antonio Delli Paoli, che usufruendo di un permesso ha raggiunto Strasburgo per protestare nei pressi del Parlamento europeo.
I giudici della Sorveglianza hanno approfondito anche il tema della disarticolazione della cosca, affrontato dalla difesa di Belforte nei suoi ricorsi tesi a bloccare il 41 bis. Questione che, hanno chiarito i giudici, è smentita dalle numerose e recenti indagini capaci di documentare l’operatività di soggetti legati ai Belforte in campo estorsivo, dell’usura e dei narcotici. A completare il quadro di elementi che tengono Belforte al 41 bis anche le sue frequenti violazioni disciplinari durante la detenzione. Se sottoposto a un regime meno afflittivo, conclude il Tribunale di Sorveglianza, il boss potrebbe veicolare messaggi all’esterno destinati agli altri affiliati e questo andrebbe a ridare forza alla cosca. Forza che il gruppo mafioso, come detto, rischia di acquisire – indipendentemente da Domenico Belforte – con le recenti scarcerazioni. Logicamente, la speranza è che i soggetti elencati dai giudici (Anziano, Musone ecc.), tornati in libertà dopo aver trascorso diversi anni in prigione, mettano alle spalle il loro passato mafioso e si dedichino ad altro. Se così non fosse, sicuramente le loro attività saranno monitorate e bloccate dagli investigatori, che sono già pronti a intervenire per prevenire qualsiasi forma di recrudescenza criminale sul territorio.