Intervista a De Magistris: “Torno in campo per demanfredizzare Napoli”

Due volte sindaco, l'ex magistrato punta a riconquistare Palazzo San Giacomo.. Le sue idee su Bagnoli, Municipalità e rilancio della città.

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De Magistris a Cronache
De Magistris a Cronache

Il 2026 segna, per Luigi de Magistris, l’inizio di un lungo cammino da percorrere tra la gente, per la gente, per tornare a indossare la fascia tricolore. L’ex sindaco di Napoli è già in campo per le Comunali della primavera dell’anno prossimo. Nella sua intervista a ‘Cronache’ spiega a chiare lettere di voler ‘demanfredizzare’ Napoli e accende, una volta di più, i riflettori sui pericoli legati a una politica sempre più incapace di ascoltare il popolo e sempre più attenta a favorire interessi privati.

Nel fondo che ha scritto nei giorni scorsi per ‘Cronache’ ha definito il 2026 come “anno della liberazione”. Liberazione da chi o da cosa?

Innanzitutto una liberazione sentimentale. Viviamo momenti storici drammatici. Dobbiamo capire, dentro di noi, se vogliamo continuare un cammino fatto di oscurantismo, oppressione, violenza ed egoismo oppure se vogliamo avviare una fase di riscoperta del vero senso dell’umanità. Liberazione, quindi, prima di tutto dalle catene che abbiamo nella testa e nel cuore. Una liberazione anche, per chi ci crede, in senso evangelico: andare verso l’altro, con più generosità, con la prevalenza del “noi”, dell’amore contro l’odio e la violenza. Se trasportiamo questo sentimento nella politica, il cambiamento valoriale, sentimentale, sui diritti, può arrivare solo dal basso, dai popoli. Se pensiamo alla politica istituzionale, il cambiamento può partire dalle città. Napoli, per esempio, deve essere liberata da una cappa di poteri forti che sta consumando la sua identità e sta consentendo un’operazione di “mani sulla città”. Serve un’operazione di liberazione, in parte simile a quella del 2011, in parte diversa.

Quali sono le analogie e quali le differenze rispetto al 2011?

All’epoca c’era un clima di antipolitica molto forte: movimenti, associazioni, i meetup originari di Grillo. Credo che la nostra esperienza napoletana – lo dico con orgoglio ma anche con umiltà – fu la prima in Italia. Una rivoluzione dal basso: un sindaco in mezzo alla gente che vince contro tutti i partiti, contro tutte le previsioni. C’era maggiore effervescenza in una Napoli umiliata dall’emergenza rifiuti. Oggi si può riproporre uno schema simile: da una parte il potere – non solo dei partiti ma poteri più larghi, poteri forti – dall’altra il popolo. Napoli può tornare a essere un laboratorio di un modo diverso di fare politica e diventare determinante negli equilibri nazionali.

Come si fa a riaccendere l’entusiasmo dopo il fallimento di esperienze nate dal basso, con forte spinta anti-partitica, come quella del Movimento 5 Stelle?

Le vicende del Movimento hanno prodotto un effetto boomerang devastante sull’entusiasmo popolare. Io la penso come sempre: l’entusiasmo si accende giorno dopo giorno, stretta di mano dopo stretta di mano, camminando in mezzo alla gente. L’ho sempre fatto, anche senza riflettori, anche senza incarichi istituzionali. L’unico modo per appassionare le persone è renderle consapevoli e protagoniste. Una formica da sola non porta il pane alla meta, ma una miriade di formiche sì. Questo è il lavoro che può fare chi è fuori dal sistema. Riparto da dove sono nato: in mezzo alla gente. Il segnale che viene anche in questi giorni da New York, con l’elezione del nuovo sindaco, conferma che questa è l’unica strada per riavvicinare la gente alla politica.

Si aspetta di trovare il nome di Gaetano Manfredi sulla scheda elettorale delle Comunali?

Tutto lascia pensare di sì, lo ha confermato. Ma nello stesso tempo rilascia interviste come se fosse candidato a fare il Presidente del Consiglio o addirittura, visto che ormai cammina a molti metri da terra, il Presidente della Repubblica. Se si va a scadenza naturale, con le Amministrative prima delle Politiche, difficilmente potrà sottrarsi alla sfida. Ma la sua totale assenza di amore per Napoli, la sua completa disconnessione con il popolo, mi dà l’impressione che lui stia usando la città come trampolino politico nazionale.

Quindi non è scontato che si ricandidi?

Non è scontato nulla. Manfredi è abituato a giocare facile. Prima di candidarsi ha voluto garanzie di vittoria e di sostegno economico del Governo con il Patto per Napoli che si è trasformato in ‘pacco per Napoli’. Ora, invece, la partita va giocata. Io me lo auguro che sia lui il candidato, perché per me Manfredi è l’avversario politico ideale: da una parte il popolo, l’identità di Napoli, la giustizia sociale e ambientale, dall’altra i poteri forti.

In questi giorni al centro del dibattito politico cittadino ci sono i tagli alle Municipalità. A un anno dalle elezioni, questa scelta potrebbe minare il consenso intorno all’ex rettore?

Manfredi vive un momento di bulimia di potere evidente. Sembra l’unto del potere. Ha una subcultura verticistica del potere e tutto ciò che assomiglia alla partecipazione lo infastidisce. In Consiglio comunale, ormai, sono poche le voci di dissenso, in Consiglio metropolitano il sindaco non si presenta da due anni, mentre un po’ di fermento e di polemica ancora esiste nelle Municipalità. E questo a Manfredi non piace. Inoltre, è paradossale che tagli i compensi ai consiglieri dopo che con uno dei suoi primi atti si è triplicato lo stipendio. E lo è ancora di più considerando che si tratta di un uomo che ha dovuto restituire, patteggiando, 210mila euro a fronte di un indebito percepimento, da professore universitario, di 760mila euro. Se c’è qualche consigliere municipale che ha messo soldi in tasca indebitamente va colpito, ma non si butta via il bambino con l’acqua sporca.

Manfredi, però, viene percepito come figura rassicurante. Vanta ottimi rapporti col governo nazionale, ha ottenuto finanziamenti ingenti per la città che nei prossimi anni sarà Capitale europea dello Sport e sede dell’America’s Cup. Perché i napoletani dovrebbero rinunciare a tutto questo?

Certo che è rassicurante. È talmente rassicurante da essere il Bostik perfetto dei poteri forti. Con qualche facilitatore. Su Bagnoli, per esempio, vedo una convergenza evidente di interessi tra lui, la premier Meloni e il cavaliere Caltagirone. Con De Magistris sindaco, sulla questione Bagnoli, c’era l’ordinanza “chi inquina paga”. Con Manfredi chi inquina non paga e diventa persino benefattore. Il sindaco, più che il campo largo, consente il piatto largo. A fronte di questo, i napoletani devono essere ancora più convinti del nostro programma. Ancora oggi in Comune c’è chi si chiede cosa avremmo potuto fare con un decimo dei soldi che ha avuto a disposizione, e non per meriti suoi, Manfredi, per altro, è riuscito nell’impresa di rendere il turismo un problema che sta svuotando l’anima della città.

Manfredi ha chiuso ai B&B in centro per farli aprire in altri quartieri. Così non rischia di allontanare ancora di più i napoletani della città?

Gli sarebbe bastato seguire il piano che avevamo messo a punto. Se noi perdiamo la nostra identità diventiamo un presepe senza pastori. Non sta governando il turismo come non sta governando lo sviluppo commerciale. Per farlo c’è bisogno di confrontarsi, di ascoltare, di convocare tavoli, cosa che lui non ama fare perché è totalmente disconnesso dalla città come dimostrano mille vicende, come ad esempio quella di Nives Monda con i turisti israeliani.

L’America’s Cup a Bagnoli è un’opportunità o rischia di essere un pretesto per portare avanti interessi privati?

L’evento è servito per dare un’accelerazione finale a un progetto che stravolge quello precedente: meno verde, più cemento; meno spiaggia pubblica, più speculazione. È uno strumento usato in modo maldestro per ottenere pareri rapidi e discutibili. Ma non può nascondere le gravi violazioni che si stanno consumando su Bagnoli. C’è un’operazione fuori dal diritto che merita un’attenzione immediata. Nessuno è contro l’America’s Cup, ma non può essere lo strumento per fare opere temporanee che diventano definitive, per non rimuovere la colmata, per non rendere il mare balneabile e per realizzare un porto senza dire che è un porto. Mi auguro ci sia un controllo adesso, perché in tanti stanno segnalando quanto sta accadendo ben prima dell’evento. Ci troviamo di fronte a una speculazione devastante. È una situazione molto grave, con una copertura trasversale tra governo locale e nazionale. Non è solo una questione politica: è giuridica, amministrativa, e a mio avviso anche giudiziaria.

Stadio Maradona, altro terreno di scontro. Qual è la sua ricetta?

Io lavorerei su due binari. Primo: sistemare al meglio il Maradona con risorse pubbliche e con la società sportiva. Secondo: creare le condizioni migliori amministrative e urbanistiche per attrarre investimenti privati per uno stadio nuovo nella città di Napoli, che consentirebbe di valorizzare ancora di più il Maradona per altre discipline sportive. Non bisogna scegliere una sola strada: bisogna percorrerle entrambe.

Come si vincono le elezioni nel 2026, in tempi in cui per trionfare non serve necessariamente, Fico non lo ha fatto, presentare un programma?

Fico ha vinto la campagna elettorale più brutta che io ricordi, grazie alle alleanze politiche che ha fatto e alla destra che non aveva le condizioni per competere. Ha vinto senza programmi, senza appassionare e ora ha di fronte una difficile sfida di governo. Io che mi candido a sindaco di Napoli, e sono convinto di vincere questa maratona pur non partendo da favorito, ho sempre avuto un profilo di autonomia politica ma di grande correttezza istituzionale e non posso che augurarmi la migliore collaborazione possibile col presidente Fico. Credo di poter essere persino salutare, lo dico con molta umiltà, per la maggioranza regionale. Perché demanfredizzare Napoli vuol dire togliere al governatore il peso del burattinaio alle sue spalle e avere in Comune un sindaco che forse su alcune questioni è più pentastellato di lui.

Il centrodestra può essere un avversario a Napoli?

No, non lo vedo al momento. Avranno sicuramente un candidato ma io mi rivolgo agli elettori, a tutti gli elettori napoletani, non ai partiti. La mia non è una candidatura ideologica: è civica, popolare, sociale. Tutti, anche i militanti dei partiti, saranno chiamati a scegliere da che parte stare.

Mentre parliamo, piovono bombe su Caracas e il presidente Maduro è stato arrestato. Come giudica l’azione degli Stati Uniti in Venezuela?

È la prova definitiva che il diritto internazionale non esiste più. Siamo all’apoteosi della legge del più forte.

Come può la comunità internazionale giustificare tre posizioni completamente diverse su tre vicende come quelle di Gaza, dell’Ucraina e del Venezuela?

L’Onu è in rianimazione, anche perché vive di finanziamenti governativi in gran parte degli Usa. Abbiamo assistito in Palestina al più grave genocidio del Dopoguerra e la voce della comunità internazionale non si è sentita. Forse stiamo assistendo a una nuova spartizione di un nuovo ordine mondiale e lo capiremo se si raggiungerà presto un accordo sull’Ucraina. Domina la legge del più forte, in pieno in stile medievale. L’Europa è in difficoltà, siamo indietro rispetto ai Paesi Brics, siamo in affanno e cerchiamo di recuperare, sbagliando, con la corsa al riarmo. L’unica speranza, oggi, sono i popoli.

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