Per i pusher del clan 1500 euro a settimana: il retroscena dell’inchiesta su Casalesi e Di Lauro

679
Giovanni Cortese e Pasquale Apicella

CASAL DI PRINCIPE – Le recenti indagini sulla frangia del clan dei Casalesi legata agli Schiavone-Cantiello e i Di Lauro hanno portato alla luce dettagli inediti sulle dinamiche economiche e sulle tensioni interne al mondo del narcotraffico tra Casal di Principe e l’area napoletana. Al centro degli accertamenti giudiziari è emersa una netta disparità di trattamento economico tra i diversi gruppi criminali, una differenza di “stipendio” che ha profondamente influenzato le scelte dei boss locali e la tenuta degli accordi per lo spaccio. Dalle intercettazioni e dalle risultanze investigative è emerso che il gruppo di Secondigliano, guidato da Giovanni Cortese, garantiva ai propri sodali compensi estremamente elevati, che arrivavano a toccare i 1.500 euro a settimana. Una cifra che il clan dei Casalesi non riuscivano a pareggiare, rendendo il settore degli stupefacenti meno attraente per i propri affiliati e spingendo figure di rilievo come Pasquale Apicella a valutare con estrema cautela gli affari in questo campo. La questione economica è diventata centrale quando Domenico Fontana, noto come “il malese”, è stato sorpreso a fare il doppio gioco, lavorando per il gruppo di Cortese mentre cercava di inserirsi negli affari gestiti da Apicella. La tensione è esplosa nel dicembre 2022, quando Apicella, dopo aver tentato una mediazione per risolvere debiti con creditori albanesi e aver ipotizzato l’acquisto di droga all’estero tramite contatti calabresi, ha scoperto l’inaffidabilità del Fontana.

Quest’ultimo si era presentato ai partner commerciali di Apicella spendendo il nome del suo vero capo, Giovanni Cortese, solo pochi giorni prima di una missione per conto del boss dei Casalesi. Il sospetto di un conflitto d’interessi e il timore di innescare una guerra con il potente gruppo napoletano hanno spinto Apicella a interrompere bruscamente ogni rapporto, cacciando il collaboratore ritenuto pericoloso e bugiardo. Le conversazioni registrate tra Apicella e i suoi familiari confermano la volontà di evitare “tarantelle”, ovvero complicazioni e scontri diretti con organizzazioni esterne meglio strutturate finanziariamente. Il boss ha preferito rinunciare ai possibili lucrosi profitti derivanti dal narcotraffico piuttosto che legarsi a figure che operavano contemporaneamente su più fronti. L’inchiesta evidenzia come il controllo del territorio a Casal di Principe debba fare i conti non solo con la repressione dello Stato, ma anche con la concorrenza spietata di gruppi criminali limitrofi capaci di offrire ingaggi fuori portata per le indebolite casse delle storiche fazioni locali.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome