Casal di Principe, indizi solidi: Letizia e Di Bona in carcere. Respinti i ricorsi contro le misure cautelari nell’inchiesta della Dda

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Raffaele Letizia e Pasquale Di Bona

CASAL DI PRINCIPE – La Cassazione chiude, almeno sul piano cautelare, il fronte difensivo aperto da Raffaele Letizia, 56 anni di Casal di Principe, già condannato per mafia (gruppo Russo-Schiavone), e Pasquale Di Bona, 55enne di San Cipriano d’Aversa (cognato di Letizia), confermando la custodia cautelare in carcere disposta nei loro confronti nell’ambito dell’inchiesta della Dda su un presunto sistema di scommesse clandestine aggravato dal metodo mafioso. La Suprema corte ha rigettato i ricorsi presentati contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Napoli, condannando i due indagati anche al pagamento delle spese processuali e di 3mila euro ciascuno alla Cassa delle ammende. I giudici di legittimità hanno ritenuto infondate le censure sollevate dalla difesa, confermando integralmente l’impianto accusatorio già vagliato dal gip e dal Riesame. Al centro del procedimento c’è una presunta associazione ritenuta stabilmente organizzata e operativa nel settore delle scommesse illegali, sia online che attraverso apparecchi da gioco fisici – videopoker e slot machine – installati in esercizi commerciali formalmente intestati a prestanome e privi delle necessarie autorizzazioni.

Secondo la ricostruzione accolta dalla Cassazione, Letizia avrebbe avuto un ruolo centrale nel sodalizio, ricostruendo i propri rapporti con ambienti criminali di matrice camorristica dopo il rientro a Casal di Principe nel 2021, al termine di un periodo di libertà vigilata trascorso ad Anzio, sulla costa laziale. I giudici richiamano, in particolare, i legami con esponenti del gruppo Schiavone-Russo del clan dei Casalesi e la capacità del sodalizio di operare sul territorio proprio grazie a tale contesto criminale di riferimento. La Corte ha ritenuto coerente e logicamente motivata anche la posizione di Di Bona, indicato come parte attiva nella gestione delle attività economiche funzionali al gioco d’azzardo illecito, attraverso l’acquisizione e il controllo di bar e locali destinati all’installazione degli apparecchi. Le intercettazioni, i servizi di osservazione, le analisi patrimoniali e i riscontri investigativi – tra cui anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mauro Iavarazzo sono stati giudicati elementi convergenti e sufficienti a delineare una struttura associativa stabile. Respinte anche le contesta- zioni sull’aggravante mafiosa: secondo la Cassazione, il riferimento al clan dei Casalesi non è generico né indimostrato, ma emerge dal contesto
territoriale e dai rapporti ricostruiti, rendendo plausibile l’agevolazione dell’organizzazione camorristica. Allo stesso modo, è stata ritenuta
corretta la valutazione delle esigenze cautelari, fondate sul radicamento degli indagati nel territorio, sui precedenti pena- li e sul rischio di reiterazione dei reati.

Con il rigetto dei ricorsi, la custodia cautelare in carcere resta dunque confermata per entrambi. La decisione della Cassazione, presa lo scorso dicembre e le cui motivazioni sono state rese note pochi giorni fa, rafforza il quadro accusatorio delineato dalla Direzione distrettuale antimafia e segna un passaggio significativo nell’inchiesta che mira a fare luce sulle infiltrazioni criminali nel settore delle scommesse clandestine tra il casertano e l’area napoletana. L’inchiesta, oltre a Letizia e Di Bona, ha tirato in ballo anche altre nove persone: Marco Alfiero, detto ‘Marchetiello’, 40enne di Castel Volturno; Vittorio Alfiero, 43enne di Villa Literno, Pierpaolo Improta, 59enne di Marcianise; Marco Losapio, 36enne di Casal di Principe, Bruno Salzillo, 60enne di Casal di Principe, Antonio Vaccaro, 61enne, e Vincenzo Vaccaro,
56enne, entrambi di Casoria; Giovanni Argine, 28enne; Giovanni Diana, 34enne; e Raffaele Cantiello, 37enne, tutti di Casal di Principe.
Sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere, esercizio abusivo e organizzazione di scommesse illegali e trasferimento fraudolento di beni. Per i dodici indagati – da ritenere innocenti fino a eventuale sentenza di condanna irrevocabile – la Procura ha
chiesto il rinvio a giudizio. L’udienza preliminare ha preso il via lo scorso dicembre.

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