Raid di piombo a Cancello ed Arnone: sullo sfondo Salvatore Martire e Arzen

I loro nomi, pur non indagati, connessi a uno dei moventi del tentato omicidio di Di Benedetto ipotizzati nella sentenza di condanna per Chianese

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Salvatore Martire 'o sapunaro, Isaku Arzen, detto Michele l'albanese, e Roberto Chianese
Salvatore Martire, Isaku Arzen e Roberto Chianese

CASAL DI PRINCIPE – Un quadro fatto di rancori sedimentati, timori reciproci e una frattura mai sanata tra due famiglie: è la cornice delineata dal giudice Isabella Iaselli nelle motivazioni della sentenza (rese note nei giorni scorsi) che ha condannato Roberto Chianese a 10 anni di reclusione per il tentato omicidio di Luigi Dario Di Benedetto, avvenuto il 31 dicembre 2024. Ma il movente, cioè il perché si sia arrivati a un agguato a colpi di pistola, non è certo: le versioni esaminate dal Tribunale di Napoli sono due e – scrive il giudice – nessuna risulta pienamente convincente, pur con un diverso grado di verosimiglianza.

Il ‘filo estorsivo’ e i due nomi sullo sfondo

Nella ricostruzione fornita dalla vittima e da un suo familiare, il tentato omicidio non nasce dal nulla. Sullo sfondo c’è una vicenda precedente che ruota attorno a due figure indicate come determinanti nell’innesco della tensione: Salvatore Martire, detto ’o Sapunaro, di Casal di Principe, e Isaku Arzen, conosciuto a Cancello ed Arnone e dintorni come Michele l’albanese. Non risultano indagati per l’agguato, ma nelle motivazioni firmate da Iaselli vengono richiamati come elementi del contesto che avrebbe alimentato la richiesta di denaro e lo scontro, al punto da diventare – a detta degli investigatori – una delle chiavi per interpretare la reazione armata di Chianese.
La ‘pista economica’ prende forma a partire da un episodio del 31 ottobre 2024: secondo quanto appreso dai carabinieri, due nipoti della vittima sarebbero stati inseguiti e poi coinvolti in uno scontro proprio con Michele l’albanese e con ’o Sapunaro. Da quel litigio – sempre nella versione fornita dalla famiglia – sarebbe scaturita una richiesta di ‘risarcimento’ (prima 7.000 euro, poi l’ipotesi di chiudere a 4.000), collegata a un Rolex di ’o Sapunaro che sarebbe stato perso o danneggiato. Per i Di Benedetto, quella dell’orologio era solo una copertura: il vero obiettivo era ottenere denaro.

Un elemento che, nelle motivazioni, dà peso a questo scenario è il fatto che una decina di giorni prima dell’agguato Dario Luigi Di Benedetto era stato ascoltato in Questura proprio su possibili richieste estorsive da parte di ‘o Sapunaro e aveva già raccontato quell’episodio (lo scontro con Arzen e Martire), collocandolo in un clima di crescente apprensione: la paura dei nipoti di uscire, l’azienda e i ritmi notturni del lavoro nei caseifici, auto notate nei pressi delle abitazioni.

La notte di San Silvestro

È in questo contesto che i familiari collocano la sera del 31 dicembre 2024, quando l’episodio esplode in via Roma, nei pressi del negozio Elettro Planet. Roberto Di Benedetto, fratello della vittima, riferisce di aver notato un gruppo di persone – tra cui Alfonso Chianese, il figlio Roberto e Isaku Arzen – e di non essersi fermato dopo un cenno. Subito dopo avrebbe contattato il fratello Dario Luigi, rimanendo con lui al telefono in vivavoce.

Nel secondo passaggio davanti al negozio, l’auto di Dario Luigi Di Benedetto sarebbe stata costretta a rallentare e poi a fermarsi per la presenza di vetture che intralciavano la marcia. A quel punto, sempre secondo la ricostruzione confluita negli atti, Alfonso Chianese si sarebbe avvicinato chiedendo 5.000 euro ‘per chiudere una situazione’ (ipoteticamente quella di ottobre); al rifiuto avrebbe detto al figlio ‘uccidilo’ e Roberto Chianese avrebbe esploso i colpi verso l’abitacolo, ferendo Di Benedetto.

Il capo di imputazione (contestato al solo Roberto Chianese) richiamato in sentenza parla di tre colpi esplosi con una pistola calibro 7,65 a distanza ravvicinata, con ferite all’addome e a un arto superiore; la morte non si verificò per cause indipendenti dalla volontà dell’imputato, ossia per il pronto intervento medico-sanitario. Contestate anche la premeditazione e l’aggravante del metodo mafioso, nella prospettiva di un agguato utile a rimarcare ‘caratura criminale’ e a generare intimidazione anche sui familiari.

L’altra versione: la storia delle chat

L’imputato, però, ha sempre sostenuto un movente diverso: il contrasto con i Di Benedetto sarebbe nato da una vicenda ‘familiare’, legata – dice – a chat a sfondo sessuale che un nipote dei Di Benedetto avrebbe intrattenuto con una ragazza della sua famiglia. La difesa ha depositato copia delle chat. Da lì, sempre secondo l’imputato, sarebbero seguiti episodi di intimidazione: sguardi, un tamponamento, un inseguimento, un diverbio culminato in uno schiaffo. Ma il giudice, pur riconoscendo che tra le famiglie esisteva un forte contrasto, evidenzia una criticità decisiva: appare poco credibile che una vicenda di quel tipo, per come viene descritta, possa da sola spiegare un’escalation così grave e un timore per la propria incolumità tale da portare fino a un agguato armato. In sostanza, una reazione del genere – si legge – lascia intendere motivazioni più significative.

Il nodo del movente

Il giudice non ‘sposa’ in modo assoluto neppure la pista economica: rileva che manca un aggancio certo che dimostri l’interesse diretto di Roberto Chianese e del padre nella vicenda collegata a ’o Sapunaro e a Michele l’albanese, e annota anche le difficoltà nel ritenere pienamente attendibili alcune frasi attribuite ad Alfonso Chianese e ricordate dalla vittima solo in un momento successivo.

La conclusione, però, è netta: non c’è certezza piena sul movente, ma tra le due ricostruzioni quella legata alla vicenda del denaro risulta più verosimile e maggiormente riscontrata rispetto a quella proposta dall’imputato. E soprattutto c’è un dato che, per il giudice, chiude il cerchio sul piano penale: ad acquistare una pistola con matricola abrasa e a sparare è stato Roberto Chianese. Anche perché – viene rimarcato – il risentimento non era estemporaneo: l’imputato avrebbe maturato l’idea di agire già in precedenza, procurandosi l’arma.

La cornice

Nelle motivazioni, dunque, Martire e Arzen non diventano coimputati dell’agguato: restano sullo sfondo e non risultano indagati – almeno per quanto è a nostra conoscenza – per il tentato omicidio. Ma la loro presenza – come figure collegate alla lite dei nipoti, alle richieste di denaro e alle minacce riferite – viene indicata come uno dei punti più sensibili per leggere la genesi dello scontro e la pressione che avrebbe preceduto la sparatoria. Gli stessi due nomi, inoltre, compaiono in altre vicende giudiziarie recenti (presunti cavalli di ritorno legati a furti di mezzi agricoli – inchiesta condotta dai carabinieri di Grazzanise), circostanza che, pur non riguardando direttamente questo episodio, contribuisce a spiegare perché gli investigatori li abbiano considerati un tassello del contesto. Non è da escludere che, nonostante il verdetto di primo per Roberto Chianese (assistito dai legali Nicola Ucciero e Marta Ceraldi), l’attività investigativa tesa a chiarire il quadro entro cui quell’agguato si è consumato possa proseguire. Martire, Arzen e Chianese sono da considerare innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.

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