“E’ la politica che va dalla camorra”: il racconto del figlio di Sandokan sui rapporti criminali tra insospettabili e Casalesi

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Nicola Schiavone e Bruno Salzillo

CASAL DI PRINCIPE – Per anni il racconto delle infiltrazioni mafiose nella politica locale ha seguito uno schema ricorrente: il clan che avvicina l’aspirante amministratore, lo sostiene in cambio di favori, protezione e denaro, per poi esigere obbedienza una volta ottenuto il risultato elettorale. Dalle inchieste più recenti, però, emerge un quadro diverso e speculare, forse ancora più inquietante. In alcuni casi non è la criminalità organizzata a cercare la politica, ma chi aspira a un ruolo pubblico a bussare direttamente alla porta del clan, riconoscendone il potere e chiedendone l’appoggio. È uno dei passaggi che affiorano dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e, in particolare, da quelle rese da Nicola Schiavone, figlio del capoclan Francesco Schiavone Sandokan. I suoi verbali sono confluiti in un filone investigativo della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, teso a disarticolare il business delle scommesse e delle slot illegali gestito – secondo l’accusa – da Lello Letizia (difeso dall’avvocato Mario Griffo) per conto dell’area del gruppo Russo-Schiavone. Nell’inchiesta, tra gli indagati, c’è pure Bruno Salzillo (assistito dal legale Paolo Caterino) ritenuto dagli inquirenti una figura di collegamento tra imprenditoria, politica e ambienti camorristici.

Secondo quanto ricostruito, Salzillo – nei primi anni Duemila – avrebbe svolto un ruolo di intermediazione anche nei rapporti con un imprenditore del settore edilizio e con la moglie, originaria di Mondragone, che in quel periodo avrebbe coltivato ambizioni politiche a Casal di Principe, candidandosi alle elezioni comunali. L’obiettivo, stando al racconto del collaboratore, non sarebbe stato quello di subire pressioni mafiose, ma di entrare consapevolmente in un rapporto diretto con l’organizzazione criminale, cercandone l’appoggio sia per iniziative economiche sia per un percorso politico locale. Nel racconto di Schiavone, l’imprenditore viene descritto come una figura stabilmente inserita nel sistema economico controllato dal clan, pur senza farne parte in senso formale. Attivo nell’edilizia, avrebbe operato per anni attraverso i canali camorristici, accedendo a lavori pubblici e privati in diversi comuni dell’alto casertano grazie alla mediazione degli uomini di fiducia del gruppo Schiavone e riconoscendo all’organizzazione una quota degli utili. Un rapporto che, a detta del collaboratore, non nasce da costrizione, ma da una scelta consapevole di inserirsi in quel circuito di potere.

Allo stesso tempo, Schiavone manifesta una chiara diffidenza nei confronti dell’imprenditore, legata alla sua capacità di muoversi su più fronti. Da un lato i rapporti con il clan casalese, dall’altro il ruolo della moglie che – per accreditarsi – avrebbe vantato parentele e relazioni con ambienti camorristici dell’area di Mondragone, in particolare riconducibili al clan Fragnoli-Gagliardi e a reti collegate ai clan storici dell’area domiziana. Una posizione ‘ibrida’ che non portò alla rottura dei rapporti, ma che rese la coppia utile senza essere ritenuta indispensabile: il clan, sottolinea Schiavone, disponeva infatti di numerosi altri imprenditori in grado di soddisfare le proprie esigenze economiche.

Un ulteriore elemento di ambiguità riguarda alcune denunce presentate dall’imprenditore contro esponenti camorristici. Secondo il collaboratore, si sarebbe trattato di iniziative strumentali o ‘necessitate’, finalizzate a costruirsi un’immagine di vittima o a tutelarsi in presenza di intercettazioni, senza che ciò comportasse una reale presa di distanza dall’ambiente criminale. Le dichiarazioni di Schiavone assumono oggi un peso centrale anche sul piano investigativo. Nei mesi scorsi, infatti, Raffaele Letizia e lo stesso Salzillo sono stati arrestati
con l’accusa di aver fatto parte di un’associazione criminale specializzata nella gestione di scommesse e slot illegali, operante all’ombra del clan. In questo contesto, per l’Antimafia i verbali del collaboratore servono a ricondurre Salzillo a un ruolo organico e storicamente radicato nell’operatività del gruppo Schiavone, andando oltre il singolo filone sul gioco illecito. È uno spaccato che non riguarda solo il passato, ma che interroga il presente. Racconta di contesti in cui il confine tra politica e criminalità non viene soltanto violato, ma accettato e cercato, trasformando il potere mafioso in un interlocutore politico di fatto. Un segnale della fragilità delle istituzioni locali quando il consenso diventa merce di scambio e il voto uno strumento negoziabile.

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