CASERTA – Guardando al suo percorso, avrebbe tutte le carte in regola per essere lo sponsor ideale del Sì alla riforma della giustizia. Luigi De Magistris, magistrato prima e politico poi, è stato uno dei protagonisti – e delle vittime – di quella stagione di scontri interni alla magistratura che il governo oggi dice di voler superare intervenendo sul Csm. Eppure, di fronte ai provvedimenti già approvati dal Parlamento, che il 22 e 23 marzo passeranno al decisivo vaglio dei cittadini, sceglie di dire No. Dice No a una riforma che, al di là della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, mette mano a quel sistema correntizio che gli è costato caro sul piano professionale. Per quale ragione? Una storia lunga, legata al proprio impegno da inquirente nella complessa Calabria, con l’inchiesta Why Not, capace di toccare sfere che – a quanto pare – erano intoccabili. Un’inchiesta che ha pesato molto sulla sua carriera e che lo ha portato, nel 2009, poco dopo aver intrapreso il percorso politico, a lasciare la toga. Potrebbe-dovrebbe avere la voglia di dire Sì, e invece Luigi De Magistris, nonostante la riforma punti a demolire proprio quell’intreccio di correnti dal quale si è sentito colpito, dice No: “Lo so – mi ha detto sorridendo – sono un caso da studiare…”
Si spieghi meglio
Il mese scorso ero a un pranzo con i miei avvocati. Un inciso: sono arrivato a dovermi difendere in circa 110 procedimenti, tutti senza una sola condanna. A quel tavolo io ero l’unico a dire apertamente che avrei votato No. Uno dei legali presenti mi dice: ‘Luigi, proprio tu potresti testimoniare la necessità della riforma’. Io invece ho ribadito il mio No, ma aggiungendo una cosa fondamentale: l’autocritica.
Cioè?
L’autocritica la chiedo ai miei ex colleghi magistrati. Io sulla mia vicenda ho avuto ragione, su tutta la linea. Lo sanno tutti: anche quelli che non parlano, lo sanno perfino i muri. In vent’anni non ho mai avuto una condanna, eppure continuo ancora oggi a difendermi in procedimenti penali. Questo è il frutto del sistema delle correnti. Io voto No. Ma la magistratura deve fare autocritica, perché in parte ha alimentato un sistema che ha tradito la sua funzione. Io voto No, ma non sono un tifoso. Non penso che chi vota Sì sia contro la magistratura libera, né che chi vota No sia automaticamente un difensore puro della Costituzione. Io voto No per motivazioni profonde e meditate, non per appartenenza ideologica. Non è una sfida da derby.
Prima di entrare negli aspetti tecnici del referendum, nel centrosinistra sembra mancare una posizione chiara: ci sono singoli parlamentari o movimenti che si espongono, ma non è emersa una volontà politica forte e unitaria di sostegno. È perché sanno che è una battaglia persa?
Sinceramente non so come andrà a finire. La sensazione è che il Sì sia in vantaggio, ma ci sono alcuni elementi da considerare. Il primo è che gli italiani, storicamente, nei referendum costituzionali – soprattutto quelli confermativi – sono sempre stati piuttosto freddi e scettici quando si è trattato di modificare la Costituzione. Questo potrebbe favorire il No. Poi conta molto il clima politico con cui si arriva al voto, soprattutto negli ultimi giorni: spesso il referendum diventa anche uno strumento per esprimere un giudizio critico sul governo, per dare un segnale, una spallata.
E cosa potrebbe, invece, favorire il Sì?
Vedo crescere un sentimento di malcontento verso la magistratura. I magistrati non godono oggi di un grande consenso popolare: non lo avevano eccessivamente nemmeno ai tempi di Falcone e Borsellino, né durante Tangentopoli. Ma sicuramente ora ne hanno meno rispetto a quindici o vent’anni fa, quando io ero in magistratura. Molti cittadini, anche di centrosinistra, questo malcontento non lo dichiarano apertamente, ma poi lo esprimono nel voto.
Parla di perdita di autorevolezza della magistratura. È una percezione diffusa?
Dalla vicenda Palamara in poi, e per una serie di altri fatti, la magistratura ha perso consenso popolare. È sotto gli occhi di tutti. Diventa difficile difendere il sistema delle correnti o il Csm, anche se sappiamo che il Csm non coincide formalmente con le correnti. Ma è altrettanto vero che il sistema correntizio, andato avanti per quarant’anni, ha tradito lo spirito della Costituzione. Io ne sono una testimonianza diretta: perché mi sono ritrovato a fare interviste come ex magistrato e candidato sindaco, invece di continuare il mio lavoro in magistratura? Non perché fossi incapace, ma perché stavo indagando su un sistema che coinvolgeva anche magistrati e non ho avuto le tutele che avrei dovuto avere. Io difendo il No, ma so che è una battaglia difficile anche per responsabilità interne alla magistratura.
E la politica? Che ruolo ha in tutto questo?
La politica, almeno una parte, non ha mai voluto davvero magistrati indipendenti. Preferisce magistrati accomodanti, che indaghino sui piccoli reati e non disturbino i poteri forti. Questo va avanti dai tempi di Gelli, Craxi, Berlusconi: una storia lunghissima. Il referendum sulla separazione delle carriere è il primo passo di un percorso. L’obiettivo finale è il controllo politico del pubblico ministero.
Ma non avverrà se passa la riforma…
Un obiettivo che non sarà raggiunto subito, è vero: oggi formalmente non viene introdotto alcun controllo diretto, ma la direzione è quella. Voglio aggiungere una cosa
Prego
Anche chi oggi è formalmente all’opposizione, in realtà è soddisfatto di molti interventi concretizzati da questo governo: dall’abolizione dell’abuso d’ufficio alla riforma della Corte dei conti. Giorgia Meloni è riuscita a raggiungere traguardi che in tanti desideravano.
Tanti penalisti difendono la riforma sostenendo che serva un giudice formalmente terzo e che pubblico ministero e chi è chiamato a esprimere una sentenza non debbano appartenere allo stesso ordine.
Non sono d’accordo: la parità tra accusa e difesa si costruisce rafforzando la difesa, riducendo la custodia cautelare, rendendo i processi più rapidi e garantiti. La separazione delle carriere spezza l’unità della giurisdizione. Il pm si allontana dalla cultura della prova e diventa sempre più un ‘super-poliziotto’, capo delle indagini, proteso solo all’accusa. Se separi le carriere, il pm diventa inevitabilmente potentissimo. A quel punto qualcuno dirà: visto che la polizia dipende dal governo e il pm non è più dentro la giurisdizione, allora va sottoposto a controllo politico. È un processo graduale.
Separazione a parte, il referendum tocca anche l’organo di controllo della magistratura.
La riforma prevede il sorteggio per selezionare i componenti del Csm: ed è una sconfitta della democrazia. Ma è uno shock reso necessario dal fallimento del sistema delle correnti, che ha soffocato l’autonomia di tanti magistrati onesti. La politica approfitta di questa debolezza per colpire l’indipendenza della magistratura.
La campagna referendaria si sta giocando molto sui media e sui messaggi semplificati. Non teme che questo clima finisca per oscurare il merito del confronto?
Oggi l’unico linguaggio comprensibile è quello semplice, popolare. Ma, ripeto, senza autocritica vera non si va lontano. Io voto No proprio per difendere quei magistrati autonomi e indipendenti che vogliono semplicemente fare il loro lavoro. Io ce l’ho con il sistema di potere interno, non con la magistratura come istituzione. Io ho pagato sulla mia pelle cosa significa essere indipendenti. In vent’anni ho dovuto difendermi in oltre cento procedimenti. Se una persona onesta arriva ad avere paura del controllo di legalità, allora c’è un problema serio.
Il ruolo e l’identità del magistrato sono al centro di un forte scontro. Secondo lei qual è il nodo vero del problema?
Il magistrato non è un funzionario qualsiasi: ha un ruolo costituzionale. Non conta dove lavori o quante ore fai, ma come lavori, con quale etica e con quale spirito di servizio. Se siamo arrivati a questo livello di scontro, significa che la magistratura non è riuscita a rimettere ordine al proprio interno.
Avviamoci alla conclusione. E lo facciamo tornando sul perché ha scelto di votare No…
Voto No perché credo profondamente nella Costituzione. Se oggi quella Carta è stata tradita, non è colpa dei costituenti, ma di chi doveva applicarla. Magistrati compresi. E Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non vanno tirati per la giacca: sono patrimonio di tutti, di chi vota Sì e di chi vota No.
© RIPRODUZIONE RISERVATA



















