Inchiesta sui Casalesi, spunta Fulgido: aggressioni, estorsioni e l’affare bisca

Dopo anni di carcere sarebbe tornato a muoversi al fianco di esponenti del gruppo Schiavone

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Gianluca Fulgido e Davide Grasso
Gianluca Fulgido e Davide Grasso

CASAL DI PRINCIPE – Una mafia tutt’altro che residuale, capace di riattivare uomini già colpiti in passato da condanne pesantissime e di rimetterli al centro di dinamiche estorsive, violente e di controllo del territorio. È il quadro che emerge dall’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli che, nel suo primo step, ha già portato, tra il 2024 e il 2025, all’arresto di storici esponenti del clan dei Casalesi, rituffatisi nel crimine – secondo la tesi dell’accusa – poco dopo le loro scarcerazioni. Per gli investigatori non si tratterebbe di nostalgie criminali, ma di una reale ripresa operativa, emersa attraverso intercettazioni, pedinamenti e riscontri sul campo.

Uno degli spaccati tracciati nell’inchiesta ricostruisce un presunto asse malavitoso che vede, da un lato, Antonio Mezzero, di Grazzanise, ritenuto collegato alla fazione Schiavone del clan dei Casalesi, con Davide Grasso, di Santa Maria La Fossa, nel ruolo di referente operativo e uomo di fiducia; dall’altro Carlo Bianco, di Casal di Principe, indicato come espressione dell’area Zagaria. Due filoni storici del clan che, secondo la Dda, avrebbero continuato a esercitare un’influenza diretta su attività illecite, attraverso soggetti incaricati di far rispettare le regole e incassare i proventi.

È in questo contesto che si inserisce la posizione di Gianluca Fulgido, originario di Cancello ed Arnone, indagato a piede libero ma descritto dagli investigatori come parte integrante del gruppo che fa capo a Grasso. Gli atti sottolineano come Fulgido, nonostante un passato segnato da arresti, misure di prevenzione e oltre undici anni di carcere per reati connessi a vicende mafiose, sarebbe tornato a muoversi stabilmente nell’orbita del clan.

Le recenti intercettazioni ambientali e telefoniche, eseguite dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, lo collocano in più occasioni a bordo dell’auto di Grasso, durante spostamenti quotidiani e incontri operativi. In alcuni dialoghi emerge la volontà di ‘rimettersi in pista’, con riferimenti espliciti alla possibilità di guadagnare denaro e alla convinzione di poter agire senza limiti territoriali, facendo leva su un sistema criminale ancora percepito come solido.

L’inchiesta – che ha già condotto agli arresti di Mezzero, Grasso e Bianco e che, in altri filoni connessi, ha determinato pure la custodia cautelare per Pasquale Apicella, detto ’o Bellomm – ricostruisce inoltre episodi di violenza mirata, utilizzati come strumento di pressione e riaffermazione del controllo. In particolare, viene contestata la partecipazione di Fulgido, insieme a Grasso, a un’aggressione decisa da Antonio Mezzero ai danni di un uomo accusato di non aver saldato un debito e di aver speso impropriamente il nome del boss per prestiti a tassi usurari. Un’azione punitiva che, per gli investigatori, si inserisce pienamente nella logica mafiosa di gestione delle controversie.
Ampio spazio viene dato anche alla gestione di una bisca clandestina, con incontri per la consegna delle somme estorsive e conversazioni nelle quali si discute apertamente della spartizione degli incassi. In più passaggi intercettati, Grasso rivendica il controllo esclusivo dell’attività e promette ‘regalini’ agli affiliati più vicini, tra cui lo stesso Fulgido, chiamato – secondo l’accusa – a svolgere anche compiti di vigilanza sulle giocate. Le conversazioni captate restituiscono un linguaggio esplicito, fatto di minacce, riferimenti alla forza intimidatoria del gruppo e alla capacità di intervenire con estrema violenza. In uno dei dialoghi più significativi si parla senza filtri di pestaggi, ritorsioni e persino di omicidi come strumenti ordinari di gestione del potere criminale.

Per la Dda, questi elementi dimostrano come l’apparato del clan non sia rimasto cristallizzato nel passato, ma abbia saputo rimettere in circolo uomini ‘di esperienza’, capaci di garantire continuità operativa e credibilità criminale. Il caso Fulgido, in particolare, viene indicato come emblematico di una presunta recidiva mafiosa sostanziale, non episodica, fondata su rapporti consolidati e su una piena disponibilità a rimettersi al servizio dell’organizzazione.

L’inchiesta che lo riguarda è ancora nella fase preliminare e tutti gli indagati (Fulgido, Mezzero, Bianco e gli altri) sono da ritenersi innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna definitiva. Ma il materiale raccolto dagli investigatori racconta, ancora una volta, una camorra che prova a sopravvivere al tempo e alle condanne, riproponendo schemi già visti, adattati a un presente che, per la Procura, resta tutt’altro che pacificato.

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