Faida per droga nel rione Iacp: Emanuele Nebbia assassinato perché voleva mettersi in proprio. STORIA

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Diamante ed Emanuele Nebbia
Diamante ed Emanuele Nebbia

SANTA MARIA CAPUA VETERE – Per anni, nel Casertano, la violenza della strada era rimasta sotto una soglia precisa: minacce, pestaggi, ‘stese’ dimostrative, ma nessun omicidio capace di riaprire una frattura profonda nel tessuto sociale. La notte di San Silvestro del 2023, invece, ha riportato la morte nello scenario malavitoso. Mentre si apriva il 2024, Emanuele Nebbia viene colpito alla testa e morirà dopo alcuni giorni di agonia. Da quell’episodio prende forma una ricostruzione investigativa che prova a spiegare non solo chi avrebbe partecipato all’agguato, ma anche perché quel colpo sarebbe maturato dentro un contesto di faida e controllo della piazza di spaccio del rione ex Iacp a S. Maria Capua Vetere (LEGGI QUI TUTTI I 17 ARRESTATI).

La chiamata nella notte e il primo bossolo

Alle 00 e 35 del primo gennaio 2024 la sala operativa della polizia riceve la segnalazione di una persona raggiunta da colpi d’arma da fuoco nei pressi della palazzina M. Sul posto gli agenti trovano Diamante Nebbia che tiene tra le braccia il fratello Emanuele, colpito alla tempia destra e già privo di sensi. A pochi metri dal corpo viene rinvenuto un bossolo calibro 7,65. Trasportato d’urgenza all’ospedale ‘Sant’Anna e San Sebastiano’ di Caserta in codice rosso, Emanuele Nebbia viene ricoverato in coma per ferita d’arma da fuoco al cranio. Morirà il 5 gennaio successivo. Per la Procura si tratta di un episodio con una chiara valenza intimidatoria mafiosa (LEGGI QUI MAGGIORI DETTAGLI SUL DELITTO NEBBIA).

‘Erano nel piazzale’

Sentito a sommarie informazioni, Diamante Nebbia riferisce di essersi affacciato al balcone (non poteva scendere perché si trovava agli arresti domiciliari) mentre Emanuele era nel cortile per accendere fuochi pirotecnici. Racconta di aver visto nel piazzale alcune persone, tra cui Vincenzo Santone, Oreste Buonpane, Luigi Martucci, un minorenne e altri non riconosciuti. Dice di essere rientrato in casa perché con quei soggetti ‘ci sono frizioni’, lasciando il fratello da solo. Pochi minuti dopo, riaffacciandosi, vede Emanuele a terra con sangue alla testa. Scende di corsa e nota un foro alla tempia destra, compatibile con un colpo d’arma da fuoco. Aggiunge un dettaglio ritenuto rilevante dagli inquirenti: quando arriva nel piazzale, le persone viste poco prima sono già scomparse.

Il vocale: ‘Hanno sparato…’

Per provare a far luce sul delitto, viene sentito dagli investigatori anche il padre della vittima, Andrea Nebbia: racconta di aver salutato i figli in serata e di essere andato via prima di mezzanotte. Alle 00 e 40 riceve la chiamata di Annalisa Ferraro, madre dei ragazzi: “Hanno sparato a Emanuele”. Agli atti finisce anche un messaggio vocale WhatsApp che l’uomo ascolta per la prima volta davanti alla polizia: la donna fa riferimento proprio a Vincenzo Santone. La madre ricostruisce un quadro di frizioni che, a suo dire, viene da lontano. Parla di dissidi tra Emanuele e Santone risalenti al 2017, quando Martina, sorella di Emanuele, sarebbe stata aggredita e il fratello Luigi sarebbe intervenuto. Cita anche una lite più recente, con tensioni tra palazzine e l’intervento delle forze dell’ordine. Riferisce infine un dettaglio collocato nelle ore concitate dell’agguato: con Emanuele a terra, avrebbe visto Maria Cristillo, indicata come cugina di Santone, uscire dalla scala centrale
della palazzina M. Alla domanda “non sai niente?”, la donna avrebbe scrollato le spalle e si sarebbe allontanata, in un clima che gli inquirenti descrivono segnato da silenzi e reticenze

Il video e gli accertamenti

Viene ascoltata anche Veronica D’Addio, fidanzata di Emanuele: stava riprendendo i fuochi d’artificio e nota alcune persone allontanarsi rapidamente. Il video viene acquisito ma non fornisce elementi decisivi a causa di nebbia e fumo che compromettono la visibilità. L’indicazione di Vincenzo Santone come presente sul posto e in conflitto con la vittima traccia una pista da seguire. E fa scattare perquisizioni, rilievi foto-dattiloscopici e prelievi per la ricerca di residui di sparo. L’arma non viene trovata. In un’abitazione, però, gli
investigatori rinvengono indumenti maschili neri e scarpe appena lavati, dettaglio che la Procura interpreta come possibile tentativo di eliminare tracce. Nella stessa mattinata vengono eseguiti ulteriori controlli e prelievi Stub nell’orbita del gruppo.

Il contesto e l’escalation

Per la Procura l’omicidio matura in una rottura interna al gruppodi pusher attivo nel rione ex Iacp. In passato i Nebbia erano ritenuti vicini a Santone e al gruppo Buonpane, ma nell’autunno 2023 qualcosa si spezza. Il 5 ottobre una ‘stesa’ colpisce l’abitazione di Santone ed è attribuita a Emanuele Nebbia. Vengono trovati bossoli calibro 7,65; Nebbia viene denunciato a piede libero. L’arma usata, secondo gli atti, verrà ritrovata solo mesi dopo, il 4 marzo 2024. Per gli inquirenti quella stesa è il segnale di un tentativo di sottrarsi al controllo della piazza
di spaccio del rione ex Iacp, innescando un’escalation.

La ritorsione e l’arsenale

Il 9 ottobre 2023, quattro giorni dopo, scatta la risposta: Cristian Buonpane avrebbe sparato a distanza ravvicinata contro Michele Fischietti, ferendolo gravemente al volto. Determinanti le segnalazioni anonime giunte alla sala operativa, con indicazioni su nomi, auto e targa, che portano rapidamente a un fermo e poi all’arresto in flagranza. Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre, a casa di Luigi Santacroce, gli investigatori sequestrano un arsenale: due fucili a canne mozze, una pistola calibro 7,65, munizioni, oltre 600 grammi di cocaina, materiale per il confezionamento, denaro e un telefono. Le armi risultano provento di furto. Santacroce riferisce di aver custodito armi e droga per conto di Buonpane in cambio di 100 euro a settimana: materiale ritenuto potenzialmente funzionale alla prosecuzione della faida.

Il controllo del territorio

Indagando, la polizia intercetta colloqui che la Procura interpreta come segnali di egemonia e intimidazione: i rioni ex Iacp e Sant’Andrea indicati come territori da controllare e la necessità per l’area di Buonpane e Santone di stroncare ogni tentativo di scissione. I poliziotti, dagli elementi che avevano raccolto, arrivano anche ad apprendere l’esistenza di un sistema di imposizioni: contributo settimanale per aderire
al gruppo e acquistare droga a prezzo agevolato, oppure chi non voleva versare il contributo, avrebbe comprato la sostanza da vendere a costo maggiorato.

L’epilogo

In questa prospettiva, l’uccisione di Emanuele Nebbia rappresenta, per l’accusa, l’atto finale di una lotta per il controllo della piazza di spaccio del rione ex Iacp. Un delitto che non nasce all’improvviso, ma che si inserisce in una sequenza di segnali, avvertimenti e risposte armate. L’obiettivo, secondo la Procura, sarebbe stato duplice: bloccare sul nascere ogni tentativo di autonomia e riaffermare una gerarchia criminale fondata sull’intimidazione. La ricostruzione investigativa – tutta da verificare nelle sedi processuali – individua in Vincenzo Santone il presunto esecutore materiale dell’omicidio, colui che avrebbe fatto fuoco con una pistola calibro 7,65, colpendo Nebbia alla tempia destra. Attorno a quell’azione, gli inquirenti collocano Luigi Martucci e Nicola Marino in un ruolo di supporto operativo: avrebbero garantito copertura durante l’agguato e contribuito alla fase successiva, compreso l’occultamento dell’arma. Non un gesto isolato, dunque, ma un’azione dimostrativa, pensata per parlare al quartiere e agli stessi spacciatori: chi prova a ‘uscire dal recinto’ o a sottrarsi al controllo paga un prezzo altissimo. È in questo senso che l’omicidio, per l’accusa, assume una valenza che va oltre la singola vittima, diventando strumento
di governo del territorio e messaggio di forza all’interno di un contesto già segnato da faide, ritorsioni e silenzi.

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