Blitz a S. Maria C.V.: pusher tassati, minori usati come manovalanza e alloggi assegnati secondo le regole del clan

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Arresti S. Maria C. V. 23 gennaio 2

S. MARIA C.V. – Gli alloggi popolari del rione ex Iacp assegnati secondo le ‘regole’ del gruppo criminale, i pusher obbligati a versare una quota fissa o a comprare droga a prezzo maggiorato, e un sistema che utilizzava anche i minori come manovalanza. È il quadro che emerge dall’inchiesta che ha fatto scattare 17 provvedimenti cautelari. Un’indagine complessa, illustrata anche nel corso della conferenza stampa tenuta ieri presso la Procura di Napoli, convocata dopo il blitz della polizia. All’incontro hanno preso parte il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, la procuratrice per i minorenni Patrizia Imperato, il procuratore aggiunto Michele Del Prete, che coordina l’Antimafia in provincia di Caserta, il questore Andrea Grassi e il capo della Squadra mobile Massimiliano Russo. Secondo quanto illustrato dagli investigatori, nel rione Iacp anche l’assegnazione delle abitazioni sarebbe stata piegata agli interessi del sodalizio. A decidere chi dovesse occupare gli alloggi disponibili sarebbe stato Vincenzo Santone, indicato come vertice del gruppo, attraverso la moglie, legata da rapporti di parentela con il clan Belforte di Marcianise.

Una gestione che, per la Procura, rafforza l’idea di un con- trollo capillare del territorio, non limitato allo spaccio ma esteso alla vita quotidiana del quartiere. Nel suo intervento, Massimiliano Russo ha chiarito uno dei meccanismi centrali dell’organizzazione: “I pusher
dovevano versare 200 euro al mese come quota fissa oppure acquistare la droga a costi maggiorati”. Una sorta di ‘tassa’ che garantiva protezione e accesso alla piazza, mentre chi provava a sottrarsi rischiava l’esclusione o ritorsioni ben più gravi. Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo dei minori. “Sono diventati carne da macello, utili idioti per il crimine”, ha detto Gratteri, sottolineando come il coinvolgimento dei ragazzi rappresenti ormai un trend nazionale.

“È il risultato di una serie di concause: carenza educativa, assenza del terzo settore e un sistema normativo per cui il minore rischia meno. Per questo viene arruolato per trasportare droga, armi e persino per andare a uccidere”. Il procuratore ha rivendicato il valore delle conferenze stampa come strumento di trasparenza e fiducia: “Servono a dire ai cittadini che, nonostante le difficoltà e le carenze di organico, lo Stato è in grado di colpire questi sistemi”. Da qui l’appello a collaborare con le forze dell’ordine, anche attraverso segnalazioni confidenziali, perché – ha concluso – “non c’è alternativa se si vogliono territori liberi e una vita democratica”. Un messaggio che si innesta
direttamente sull’inchiesta: quella che, secondo l’accusa, ha svelato un sistema di potere fondato su intimidazione, controllo sociale e violenza, fino all’omicidio di Emanuele Nebbia, indicato come l’epilogo di una guerra interna scoppiata quando qualcuno ha provato a sottrarsi alle regole imposte dal gruppo.

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