ACERRA – “Mi riconosci? Sono Tonino ’o cinese. Ad Acerra stanno pagando tutti a me”. E’ il gelido esordio di una videochiamata che, il 22
luglio scorso, ha squarciato la tranquillità di una mattina d’estate in via Rosselli. Dietro lo schermo c’è Antonio Aloia, 47 anni, esponente di spicco della criminalità locale; dall’altro lato, Pasquale Balascio, un uomo già agli arresti domiciliari per usura (marito dell’ex assessore comunale Maria De Rosa) che si è visto recapitare in casa un cellulare da due “ambasciatori” del clan. L’inchiesta ha svelato un tentativo di estorsione aggravato dal metodo mafioso, culminato in un paradosso investigativo che ha dell’incredibile. Il meccanismo era oliato e brutale. Giovanni Tarantino, 46 anni, e Pasquale Di Norcia, 41 anni, si presentano alla porta di Balascio. Non usano armi, ma un’arma più sottile: una videochiamata già avviata. Aloia, dal suo nascondiglio (all’epoca latitante), va dritto al punto: “Ho saputo che stai facendo i soldi e che
stai aprendo un’altra scuola. Mi devi fare un regalo”, si legge nell’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Napoli Michaela Sapio. Il riferimento è alla scuola privata che la moglie di Balascio ha appena inaugurato. E’ la tassa del “sistema”, la quota per “stare tranquilli”. Ma Balascio non è una vittima qualunque. Conosce i codici, prova a mediare, ricorda ad Aloia che sono stati “compagni di cella” col fratello. La risposta del boss è secca: “Io non ho più rapporti con mio fratello, questa è una cosa mia”.
La sentenza è definitiva: “Poi qualche sera vengo io là con Giordano, ’o parente tuo”. Entra in scena il terzo uomo: Salvatore Giordano Pacilio, appunto. Non è solo un pregiudicato, è un parente della vittima (cognato dello zio). E’ lui che, tra il 6 e il 7 agosto, inizia il “pressing” psicologico. Si presenta sotto casa su un T-Max grigio, suona ripetutamente, urla. Il giorno dopo torna con una Fiat Grande Punto bianca, suona il clacson furiosamente per secondi infiniti. Balascio è barricato in casa, paralizzato dalla paura, protetto solo da un impianto di videosorveglianza che registra ogni passaggio di quella “sentinella” del clan Il 7 agosto, all’1 e 20 di notte, un boato scuote via Rosselli. Balascio chiama i carabinieri: “Hanno fatto esplodere un ordigno sul mio balcone”. I militari di Castello di Cisterna intervengono, ma qualcosa non torna. Le telecamere comunali della villa comunale in via Manzoni non mostrano parabole di lancio dall’esterno. Anzi, mostrano
una piccola luce accendersi sul pavimento del balcone e poi la deflagrazione. Il 21 ottobre, messo alle strette, Balascio crolla e confessa l’incredibile: il petardo l’ha lanciato lui stesso.
“Ho fatto una stupidaggine – ha ammesso davanti al magistrato – pensavo che lanciando il petardo sarei stato più credibile. Temevo che, dato il mio passato, non mi avrebbero preso sul serio per la denuncia di estorsione”. Un gesto disperato, dettato dall’oppressione di un nemico troppo grande da affrontare da soli. Le indagini hanno confermato che il clan non mirava solo a Balascio. Un altro imprenditore della zona, attivo nel soccorso stradale e nella rivendita di Gpl, sarebbe finito nel mirino della stessa “coppia” Pacilio-Aloia. Un video ritrae i due scendere dall’auto proprio nel parcheggio della ditta, a testimonianza di un controllo del territorio che non risparmiava nessuno Per Aloia e i suoi presunti complici, le accuse sono pesanti: tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare l’associazione camorristica. Aloia, Di Norcia, Pacilio e Tarantino sono stati raggiunti da ordinanza di custodia cautelare in carcere. Aloia è indagato nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Ottavio Capolongo, ucciso lo scorso 17 dicembre a Scisciano. Per il delitto anche Tarantino è indagato: si sarebbe procurato la moto utilizzata nell’agguato.




















