S. Maria C.V., piazza di spaccio in crisi per l’aumento del prezzo della droga per fornire aiuto economico ai detenuti del gruppo

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Vincenzo Santone e Luigi Martucci
Vincenzo Santone e Luigi Martucci

SANTA MARIA CAPUA VETERE – Non è stata solo la pressione delle forze dell’ordine a mettere in crisi lo smercio di stupefacenti all’ombra dell’Anfiteatro, ma una gestione economica interna definita “strozzina” dagli stessi protagonisti. È questo uno dei retroscena più significativi emersi dall’inchiesta che, la scorsa settimana, ha portato a una raffica di arresti tra Santa Maria Capua Vetere e i comuni limitrofi. Al centro della vicenda c’è la figura di Vincenzo Santone (nella foto), indicato dagli inquirenti come il fornitore che imponeva non solo prezzi d’acquisto fuori mercato, ma anche un contributo fisso settimanale destinato al mantenimento degli affiliati dietro le sbarre. Nelle intercettazioni finite nel fascicolo della Procura, spicca lo sfogo di Paola Capitella. La donna, parlando con Maria Cristillo, stigmatizza con forza le pretese di Santone. Il quadro che emerge è quello di un business che non regge più i costi: il prezzo della sostanza sarebbe lievitato da 36 a 38 euro al grammo, con l’aggravante della tecnica dello “spugnato”. Vincenzo Santone, secondo il racconto della donna, consegnava lo stupefacente ancora bagnato per aumentarne artificialmente il peso, causando un’ulteriore perdita di circa cinque o sei grammi una volta seccato.

La “tassa per i detenuti” – quantificata in 200 euro a settimana (800 euro al mese) – ha finito per rendere la piazza sammaritana del tutto
fuori mercato. Mentre la Capitella faticava a racimolare i soldi per Santone, i clienti fuggivano verso la vicina San Prisco. Nelle conversazioni registrate, la donna riferisce sconsolata: “Dicono che a San Prisco addirittura a quindici euro le stanno facendo… noi non stiamo facendo niente”. Il crollo delle vendite e la flessione dei guadagni avevano spinto la donna a meditare un confronto diretto con il fornitore per chiedere una riduzione dei prezzi, lamentando come l’aiuto ai carcerati fosse diventato un fardello insostenibile per la gestione della piazza. Il retroscena svela un meccanismo tipico dei gruppi organizzati della zona: il mantenimento dei detenuti come priorità assoluta, anche a costo di strangolare le proprie “basi” operative. Un corto circuito economico che ha favorito la nascita e il rafforzamento di nuovi punti di smercio nei comuni limitrofi, spostando gli equilibri del narcotraffico locale verso San Prisco per pura convenienza economica dei consumatori. Una scissione nel gruppo che gestiva il business della droga nel rione ex Iacp: un’ambizione criminale di giovani pusher che aveva messo in tensione la città del Foro e il suo hinterland per tanti mesi. Una lotta sfociata nel sangue.

L’indagine, condotta dalla Squadra mobile della Questura di Caserta e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, è riuscita a tracciare le dinamiche di quella battaglia per lo spaccio. Nel farlo ha disegnato i contorni di una vera e propria organizzazione criminale, sostiene l’accusa, specializzata nello smercio di narcotici e in diversi singoli episodi di spaccio. Soprattutto, l’inchiesta ha acceso i fari sull’assassinio di Emanuele Nebbia, ucciso perché, secondo l’Antimafia, stava tentando di differenziarsi dalla gang riconducibile a Santone e ai Buonpane.

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