Maxi retata Scissionisti: scontro con gli “Abbasc Miano”. La cosca pretendeva la tangente

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Salvatore Bifolchetto, Antonietta Mascaro e Alessio Francesco D'Ambrosio
Salvatore Bifolchetto, Antonietta Mascaro e Alessio Francesco D'Ambrosio

NAPOLI – Nelle 184 pagine dell’ordinanza che ha portato all’arresto di 28 persone ritenute vicine al clan Amato-Pagano emerge un quadro dettagliato e inquietante degli equilibri criminali che ruotano attorno alla piazza di spaccio attiva nella zona denominata “Trentatré”. Un sistema organizzato, strutturato e redditizio, capace non solo di gestire il traffico di droga ma anche di alimentare i meccanismi interni del sodalizio camorristico, garantendo sostegno economico alle famiglie dei detenuti. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il gruppo avrebbe messo in piedi una vera e propria centrale dello spaccio, con ruoli ben definiti, turnazioni e una rete di controllo del territorio finalizzata a impedire intrusioni di bande rivali o l’intervento delle forze dell’ordine. Un’organizzazione che, oltre alla gestione quotidiana delle attività illecite, si preoccupava di mantenere la coesione interna del clan, destinando parte dei proventi al cosiddetto “mantenimento” dei familiari degli affiliati finiti in carcere. Un elemento che, per l’accusa, conferma il ruolo centrale dell’organizzazione nel sostegno economico e nella continuità operativa del sodalizio criminale.

Tra gli episodi più allarmanti documentati nell’ordinanza figura una “stesa” avvenuta il 13 agosto 2022, ritenuta dagli investigatori un chiaro segnale di intimidazione armata. In quella circostanza, esponenti del clan “Abbasc Miano”, considerato una costola del clan Lo Russo, avrebbero esploso numerosi colpi d’arma da fuoco contro alcuni membri di spicco della piazza di spaccio della Trentatré. Un’azione dimostrativa che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stata legata all’invasione di un territorio ritenuto sotto il controllo del gruppo rivale. La “stesa” viene descritta come un messaggio diretto e violento, volto a ristabilire confini e gerarchie in un contesto in cui il controllo delle piazze di spaccio rappresenta una delle principali fonti di potere e guadagno per i clan. Un episodio che ha generato forte allarme sociale, sia per la pericolosità dell’azione sia per il rischio concreto corso dai residenti della zona, esposti a una sparatoria in pieno contesto urbano.

L’inchiesta restituisce così l’immagine di una criminalità organizzata ancora fortemente radicata nel territorio, capace di utilizzare la violenza come strumento di regolazione dei conflitti e di garantire, attraverso i proventi dello spaccio, la sopravvivenza economica e l’influenza del clan anche al di là degli arresti. Un sistema che, secondo gli inquirenti, si regge su un delicato equilibrio fatto di affari, intimidazioni e controllo sociale, e che l’operazione giudiziaria ora tende a disarticolare.

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