L’impero del “pizzo” in cemento: lo Stato confisca 30 milioni a un imprenditore legato al clan Belforte

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CASERTA – Un impero economico costruito sul cemento, la ristorazione e, secondo gli inquirenti, un sofisticato sistema di estorsioni per conto del clan camorristico “Belforte”. Nella giornata odierna, 29 gennaio 2026, quello stesso impero, del valore stimato di circa 30 milioni di euro, è passato definitivamente nelle mani dello Stato. Si è conclusa così, con la parola “fine” apposta dalla Suprema Corte di Cassazione, una lunga e complessa battaglia giudiziaria contro un noto imprenditore casertano, la cui ascesa economica è stata giudicata inquinata dalla contiguità con il potente sodalizio criminale di Marcianise.

L’operazione, che ha visto la sinergia tra la Direzione Investigativa Antimafia, la Divisione Anticrimine della Questura di Caserta e il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta, rappresenta l’atto finale di un’indagine patrimoniale meticolosa. Il provvedimento odierno non è un fulmine a ciel sereno, ma la conferma definitiva di una misura ablativa già disposta nel 2022 dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sezione Misure di Prevenzione. All’epoca, gli investigatori posero i sigilli su un patrimonio spropositato rispetto ai redditi dichiarati, accogliendo le proposte formulate congiuntamente dal Procuratore della Repubblica di Napoli, dal Direttore della DIA e dal Questore di Caserta.

Al centro della vicenda vi è la figura di un imprenditore condannato in via definitiva per aver agito come braccio economico del clan. L’uomo, secondo quanto accertato dalle sentenze, non si limitava a pagare il pizzo, ma era diventato parte integrante di un meccanismo estorsivo più subdolo e strutturato. Il sistema si fondava su un giro di sovrafatturazioni: le imprese taglieggiate non versavano direttamente la “rata” estorsiva, ma pagavano fatture per servizi o forniture a prezzi gonfiati alle società dell’imprenditore. In questo modo, la quota destinata al clan veniva mascherata da normale transazione commerciale, permettendo ai taglieggiati di “mettersi a posto” e all’organizzazione di riciclare i proventi illeciti.

Con la confisca divenuta irrevocabile, lo Stato incamera un tesoro di proporzioni impressionanti, a testimonianza della pervasività degli interessi dell’imprenditore. Il patrimonio sottratto alla criminalità organizzata comprende 2 interi compendi aziendali attivi nel settore del calcestruzzo e della ristorazione, oltre a quote di altre due società. Ma è il patrimonio immobiliare a colpire per vastità e distribuzione geografica: ben 62 immobili, sparsi tra le province di Caserta, Benevento, Salerno e persino Parma, a dimostrazione di un’espansione che superava i confini regionali. Nel dettaglio, si tratta di 13 terreni, 14 abitazioni, 2 imponenti opifici industriali, 32 tra garage e magazzini, e persino una multiproprietà nella prestigiosa cornice della costiera amalfitana. A questi si aggiungono 47 rapporti finanziari (conti correnti, depositi titoli, polizze vita) e un parco veicoli composto da 18 mezzi, tra cui 2 autovetture e 16 mezzi industriali, essenziali per le attività d’impresa.

Questo risultato, come sottolineano le forze dell’ordine, si inserisce in una strategia più ampia e costante di aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati. Colpire le ricchezze della mafia significa prosciugarne la linfa vitale, impedirle di reinvestire in attività legali e, soprattutto, tutelare e salvaguardare la parte sana del tessuto economico nazionale, che ogni giorno subisce la concorrenza sleale di chi opera con capitali di provenienza criminale. La confisca di oggi non è solo un numero, ma un segnale tangibile della presenza dello Stato e della sua capacità di restituire alla collettività ciò che la camorra le aveva sottratto.

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