MONDRAGONE – C’è mafia quando esiste una struttura stabile, organizzata, radicata sul territorio e capace di intimidire, di imporre la propria volontà, di costringere le persone a fare ciò che non vorrebbero. Sono proprio questi i tratti che, secondo gli inquirenti, emergono dall’indagine dei carabinieri sulla ricostituzione del clan Gagliardi e, in particolare, sull’ascesa di Antonio Bova, indicato come il vero motore del gruppo, soprattutto sul versante del narcotraffico.
Ad affiancarlo in questa ascesa mafiosa, stando alla tesi della Dda di Napoli, ci sarebbero stati, tra il 2023 e il 2024, anche Alessandro Martino, Guido Migliore e Luciano Santoro, ritenuti affiliati e partecipi, consapevoli di far parte di un’unica struttura criminale.
Se al vertice formale della compagine malavitosa, secondo l’accusa, resta Angelo Gagliardi, detto Mangianastri – storico boss tornato libero nel 2018 dopo oltre vent’anni di carcere e poi rientrato in cella con un alternarsi di detenzioni legate a vicende di stalking e droga – è proprio Bova, forte di un legame stretto e stabile con il capo oltre che di un vincolo familiare acquisito, a essere descritto come leader operativo e organizzatore dell’associazione dedita allo spaccio. Un ruolo “direttivo e verticistico”, come emergerebbe dalle intercettazioni telefoniche e ambientali che, secondo gli inquirenti, ricostruiscono la catena di comando e la gestione quotidiana delle piazze.
La regia
Nelle conversazioni captate, Bova viene rappresentato come punto di riferimento assoluto, non solo per i pusher più giovani ma anche per sodali con funzioni organizzative.
Gli investigatori, nel tracciare il profilo dell’indagato, richiamano un passaggio ritenuto emblematico: Bova chiarisce di non voler più “fare il ragazzo” per nessuno, nel senso di non essere più il gregario di altri, rivendicando una posizione di comando. “La gente lavora sotto a me” è il concetto che attribuiscono a quella frase: un’autodefinizione che, nella lettura investigativa, sarebbe la prova della gerarchia interna.
La struttura che ruota attorno a lui viene descritta come capillare: galoppini, pusher, una gestione quasi contabile dello spaccio, canali di rifornimento e regole di disciplina. Bova, secondo gli atti, assolderebbe i venditori al dettaglio, fornirebbe mezzi e strumenti, gestirebbe gli introiti, ripartirebbe compensi e sosterrebbe i costi, intervenendo anche per risolvere criticità e “ammanchi”, fino a ricorrere, quando necessario, a ritorsioni.
I soldi e la “cassa” per i detenuti
Dalle intercettazioni gli inquirenti ricavano un’altra costante: l’attenzione ai conteggi. Bova lamenta perdite, pretende che i pusher depositino i guadagni, impone rimborsi e “sanzioni” interne.
In un dialogo, sempre secondo la ricostruzione dell’Arma, emerge la necessità di somme da elargire ai detenuti, perché i mancati versamenti lo avrebbero esposto a “brutte figure”. È un elemento che si collega alla contestazione più ampia: un’organizzazione che, oltre a produrre profitti, sarebbe “votata” a garantire il mantenimento dei detenuti e delle loro famiglie.
In un’altra conversazione viene citato un versamento di 4.000 euro per gli affiliati detenuti nel dicembre 2023. Dettagli che, per gli investigatori, rafforzerebbero l’idea di una struttura non occasionale ma proiettata nel tempo, con regole interne e finalità di consolidamento.
Incendi, pestaggi e “spedizioni punitive”
Il profilo di Bova, nella ricostruzione accusatoria, non è quello di un semplice gestore economico. È l’uomo che decide e fa eseguire. Gli atti gli attribuiscono, come mandante o istigatore, episodi ritenuti funzionali a proteggere il narcotraffico e a punire chi “sgarra”.
Tra i casi richiamati figura l’incendio dell’auto in uso a una donna, indicato come risposta a un sequestro di droga e al sospetto che la donna e la figlia avessero aiutato i carabinieri. C’è poi il pestaggio di un dipendente di una società di autonoleggio, considerato colpevole di ostacolare, secondo questa lettura, le attività del gruppo. E ancora le aggressioni contro pusher ritenuti infedeli, inserite in una logica di controllo e disciplina interna.
I fornitori
L’altro pilastro che gli inquirenti attribuiscono a Bova è la gestione degli approvvigionamenti. Sarebbe lui a curare i contatti con i fornitori, anche provenienti da diverse aree della Campania. In più conversazioni si fa riferimento agli acquisti per il mese di dicembre, ritenuto più redditizio, e ai canali di rifornimento attivati per sostenere le vendite durante le festività.
Il dato che emerge, nella lettura investigativa, è la capacità di muoversi “alla pari” con soggetti di altre realtà criminali, utilizzando il peso del nome Gagliardi come credenziale: Mangianastri come marchio e garanzia di rispetto.
Dal territorio al carcere: il filo che non si spezza
Il materiale investigativo insiste su un punto: il gruppo, pur avendo una proiezione esterna, sarebbe stato in grado di replicare dinamiche anche negli istituti penitenziari. E Bova, in questa catena, sarebbe il terminale operativo che tiene insieme piazza e carcere.
Le “imbasciate” da far arrivare ai detenuti, le mediazioni interne, la gestione dei rapporti tra sodali e l’uso della videochiamata come forma di controllo, anche durante pestaggi, vengono indicati come segnali di una struttura che, secondo gli inquirenti, non si interrompe con le sbarre.
L’organizzatore
Se l’impianto contestuale descrive la ricostituzione del clan Gagliardi e la sua connotazione mafiosa – con rituali, omertà e assoggettamento – il focus su Antonio Bova, negli atti, è quello dell’organizzatore: l’uomo che mette ordine, impone disciplina, controlla i flussi di denaro, gestisce i pusher, tratta con i fornitori e decide le ritorsioni.
Un capo operativo, indicato come gerarchicamente sovraordinato anche rispetto ad altri sodali con ruoli organizzativi, grazie al legame stabile con Angelo Gagliardi.
Resta fermo che si tratta di contestazioni nella fase delle indagini e che gli indagati sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva. Ma la ricostruzione tracciata dagli investigatori punta dritta su un punto: la mafia, per la Procura, non è un’etichetta. È una struttura. E quella struttura, secondo l’accusa, avrebbe un’organizzazione con un nome e un regista operativo: Antonio Bova.
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