Clan Gagliardi, sangue e tatuaggi per l’affiliazione: “battesimo” con la puntura del dito e marchi sulla pelle

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Carabinieri Mondragone

MONDRAGONE – Non solo droga, estorsioni e armi. Nell’impianto accusatorio trova spazio anche un altro elemento che, per gli inquirenti, contribuirebbe a definire la natura mafiosa del gruppo: i riti di affiliazione. Segni esteriori e vere e proprie cerimonie di ingresso che, secondo la Direzione distrettuale antimafia, dimostrerebbero l’esistenza di una struttura stabile, consapevole della propria identità e dei propri simboli. Dalle intercettazioni emerge un forte richiamo alla figura di Angelo Gagliardi, storico capo del clan noto come “Mangianastri”. In una conversazione captata nell’abitazione di Antonio Bova, allora ai domiciliari, il nome del boss viene evocato come elemento identitario del gruppo.

Bova rivendica l’appartenenza al “nome” e racconta di avere tatuata sul corpo una scritta che richiama il soprannome del capo. Non un vezzo personale ma, nella lettura degli investigatori, un vero marchio di fedeltà riservato a pochi appartenenti ritenuti più vicini al vertice. Il tatuaggio, secondo quanto ricostruito, non avrebbe il significato di un semplice gesto di amicizia o affetto, ma rappresenterebbe un segno distintivo del clan, un simbolo di appartenenza che separa i “fedelissimi” dagli altri. La circostanza che anche altri sodali condividano lo stesso segno rafforzerebbe, per l’accusa, l’idea di un’identità collettiva strutturata.

In un’altra conversazione intercettata nel marzo 2024, sempre tra Bova e alcuni sodali, si fa riferimento a un vero e proprio “battesimo” di affiliazione. Vengono descritti gesti che richiamano ritualità tradizionali: la puntura del dito per far uscire il sangue, la bruciatura di un santino, l’idea che il sangue del nuovo affiliato entri simbolicamente a far parte di quello della “famiglia”. Anche se il tono della conversazione appare in parte provocatorio, per gli inquirenti il contenuto sarebbe indicativo di una ritualità consolidata. Non si tratterebbe, secondo la Procura, di semplici frasi ad effetto o di esibizionismo criminale. Letti insieme agli altri elementi raccolti – dalla gestione delle piazze di spaccio alle ritorsioni contro chi non rispetta le regole – quei riferimenti ai riti di affiliazione assumerebbero un significato preciso: rafforzare il vincolo associativo, consolidare la gerarchia interna e ribadire l’appartenenza a un’organizzazione che si percepisce come struttura autonoma e duratura nel tempo.

In questo quadro si inserisce anche l’episodio, già emerso nell’indagine, relativo alla programmazione di un atto dimostrativo contro la caserma dei carabinieri: un gesto che, secondo gli investigatori, sarebbe stato richiesto ad aspiranti affiliati come prova di coraggio e fedeltà. L’azione non è stata portata a termine grazie a misure di prevenzione e difesa predisposte dalle forze dell’ordine. Un ulteriore tassello che, nella ricostruzione accusatoria, contribuirebbe a delineare un sistema che non si limita alla gestione di affari illeciti, ma si fonda su simboli, riti e prove di lealtà tipiche delle organizzazioni mafiose. Resta fermo che si tratta di contestazioni formulate nella fase delle indagini preliminari e che tutti gli indagati sono presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.

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