MONDRAGONE – L’unità mafiosa che per anni aveva tenuto insieme il “mondo di sotto” del litorale, ai tempi del regno criminale di Augusto La Torre, non esiste più. Le inchieste, i sequestri e le confische, insieme alla catena di arresti e ai pentimenti, hanno eroso la vecchia struttura fino a spaccarla. Da quella frattura – raccontano le indagini – sono nati gruppi diversi: prima confederati, poi sempre più distanti, fino a diventare rivali sullo stesso territorio.
È in questo quadro che l’ultima attività investigativa dei carabinieri, coordinata dalla Dda (che ha portato ieri a 21 misure cautelari), registra una contrapposizione netta a Mondragone: da una parte l’ala che farebbe riferimento ad Angelo Gagliardi e al suo delfino Antonio Bova, dall’altra il gruppo legato alla famiglia Fragnoli. Due mondi che storicamente erano parte di un’unica compagine e che, col tempo, con i loro nuovi interpreti, si sono scissi entrando in conflitto.
Secondo la ricostruzione investigativa, l’elemento che fa salire la temperatura è l’uscita dal carcere di Giacomo Fragnoli, avvenuta il 10 gennaio 2024. Le conversazioni intercettate descrivono un clima di agitazione: Bova si confronta con i suoi riferimenti e ragiona su cosa fare “una volta che Fragnoli fosse tornato libero”, perché – questa è la tesi degli inquirenti – avrebbe potuto riorganizzare il clan e riprendere le redini della famiglia.
In una videoconferenza del 2 gennaio 2024 viene evocato il peso criminale di Gagliardi e il suo metodo con i rivali, con toni brutali e minacce che servirebbero a ribadire una regola: sul territorio, l’autorità non si discute.
Pochi giorni dopo, in una videochiamata del 7 gennaio 2024, Bova parla con Gagliardi (detenuto) e lo aggiorna sull’imminente scarcerazione di Fragnoli. Il linguaggio è prudente perché la conversazione è “autorizzata” dal carcere, ma la sostanza – per la Procura – è chiara: Gagliardi dà indicazioni su come rispondere ad eventuali “messaggi” o richieste, lasciando intendere che la linea è già decisa.
Il contrasto diventa ancora più evidente dopo la scarcerazione. Le carte parlano di un vero e proprio “summit”, così lo definisce lo stesso Bova nelle conversazioni del 24 gennaio 2024: un incontro in cui, secondo quanto ricostruito dai militari dell’Arma, esponenti vicini ai Fragnoli avrebbero discusso una riorganizzazione sotto l’egida della famiglia e, soprattutto, un progetto sul narcotraffico: monopolizzare la piazza imponendo che “solo uno deve vendere” e che gli altri spacceranno versando gli introiti.
È qui che la frattura si trasforma in sfida aperta. Bova, parlando con un sodale, racconta l’affronto e alza i toni: niente sottomissione, anzi la necessità di armarsi e prepararsi a una possibile faida. Nelle intercettazioni torna il concetto che loro non devono “chiedere permesso” a nessuno e che, se qualcuno si avvicina con pretese sullo smercio di narcotici o con richieste estorsive, la risposta – nelle intenzioni ricostruite – deve essere di forza.
Un altro elemento centrale è il rapporto stabile tra Bova e Gagliardi, che dalle conversazioni emerge come capo riconosciuto anche da dietro le sbarre. Bova aggiorna il “nonno” su ciò che accade fuori e riceve indicazioni sul modus operandi: come mandare messaggi tramite terze persone, come “far dire” ad altri di abbassare i toni e come gestire i contatti.
Il tentativo di “scalata” dei Fragnoli, alimentato dal fatto che il boss Giacomo era tornato in libertà, risulta, sostengono gli investigatori, abbastanza breve. Dura poche settimane: il 2 aprile 2024 il mafioso, infatti, viene arrestato in esecuzione di un’ordinanza per omicidio aggravato e torna in cella. Un passaggio che, nella lettura investigativa, interrompe e allo stesso tempo rimescola gli equilibri costruiti dopo la scarcerazione.
Le intercettazioni segnalano che, in quel periodo, Gagliardi si trovava nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (trasferito temporaneamente da Bologna per motivi di salute), nello stesso istituto dove era recluso anche Giacomo Fragnoli. Questa contemporaneità – per gli inquirenti – avrebbe reso possibile un contatto diretto tra i due, un passaggio significativo perché arriva dopo settimane di tensione e summit sul territorio.
Subito dopo, il 20 aprile 2024, Fragnoli viene trasferito a Vibo Valentia. In una telefonata dal carcere, seguendo la ricostruzione dei carabinieri, Gagliardi avvisa la nipote di avvertire la moglie di Fragnoli di non presentarsi al colloquio perché sarebbe stato inutile: il detenuto stava per essere spostato e quindi la visita sarebbe “andata sprecata”.
Resta da capire, però, cosa è accaduto dall’aprile di due anni fa a oggi. In questo lasso di tempo va registrato un altro aspetto: Giacomo Fragnoli è tornato ancora una volta in libertà, avendo già scontato tutto ciò che aveva da scontare. È da chiarire che Fragnoli, emerso nell’inchiesta, non è tra gli indagati della nuova attività coordinata dalla Dda di Napoli.



















