Droni-corrieri su Napoli: la Camorra vola alto per rifornire le celle

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Operazione dei carabinieri
Operazione dei carabinieri

NAPOLI – Un ronzio quasi impercettibile nel buio della notte, poi uno schianto sordo sull’asfalto freddo di una strada che costeggia il carcere di Poggioreale. Non era un volatile notturno, ma l’ultimo corriere hi-tech della criminalità, precipitato prima di completare la sua missione. Agganciato a un sottile ma resistente filo di nylon, un pacco che avrebbe dovuto raggiungere le mani di qualche detenuto. All’interno, un kit di sopravvivenza e business per chi sta dietro le sbarre: tre smartphone di ultima generazione, duecento grammi di hashish e circa quattro grammi di crack. La spedizione, questa volta, è finita fuori rotta, intercettata dai Carabinieri invece che dai destinatari.

Siamo di fronte all’ennesimo rinvenimento nell’area che circonda la casa circondariale napoletana, un perimetro sensibile a ridosso del Centro Direzionale, ma l’episodio del 3 aprile 2026 è tutt’altro che un incidente isolato. È la spia, l’ennesima, di un fenomeno che le più recenti inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli descrivono come sistematico, organizzato e in piena evoluzione tecnologica. Il traffico di droga e cellulari via drone non è più un espediente estemporaneo, ma una vera e propria filiera logistica della camorra.

Il dato più allarmante, sottolineano gli investigatori, non è tanto il singolo sequestro, quanto ciò che ogni velivolo recuperato rivela. Un drone che cade dimostra che ne esistono decine, forse centinaia, che invece arrivano a destinazione. Dimostra l’esistenza di una regia capace di programmare rotte precise, predisporre carichi sempre più consistenti, scegliere punti di decollo strategici e, soprattutto, sfruttare le inevitabili vulnerabilità strutturali e di sorveglianza di complessi penitenziari come Poggioreale e Secondigliano.

Le indagini dell’Arma dei Carabinieri hanno già scoperchiato un sistema rodato. La nuova frontiera del crimine non si accontenta più di droni commerciali. I velivoli vengono modificati da tecnici esperti per aumentarne le prestazioni: autonomia di volo, capacità di carico e resistenza ai sistemi di disturbo. L’obiettivo è rendere il sorvolo il più “sporco” e difficile da tracciare possibile. I voli avvengono quasi esclusivamente di notte, con partenze da terrazzi di palazzi adiacenti o da aree isolate, cambiate di continuo per non creare routine. I droni vengono potenziati per volare a quote più elevate del normale, rendendoli puntini invisibili a occhio nudo. I carichi, poi, sono appesi con fili di nylon trasparenti o inseriti in contenitori scuri per mimetizzarsi con il buio. La caratteristica comune a tutti i dispositivi sequestrati è la capacità, ottenuta tramite modifiche software, di aggirare le “no-fly zone” impostate di default attorno ad aree sensibili come i carceri.

In questo scacchiere criminale, emerge una nuova figura professionale: il “dronista”. Non un semplice amatore, ma un pilota con competenze specifiche, reclutato e pagato a peso d’oro per la sua abilità nel governare il velivolo in condizioni complesse e garantire la consegna. Le intercettazioni raccolte dalla DDA parlano di un tariffario impressionante: si va dai 700-800 euro per una singola operazione “semplice”, fino a 3.000 euro per un viaggio con carico più pesante o rischioso. In un’intercettazione, un pilota si vantava di poter guadagnare fino a 10.000 euro in una sola giornata di “lavoro”.

Poggioreale e Secondigliano, dunque, non sono più solo luoghi di detenzione, ma il punto di caduta visibile di una trasformazione profonda della criminalità organizzata. L’uso di droni modificati, la logistica flessibile e l’impiego di piloti specializzati raccontano di una camorra che investe in tecnologia per superare distanza, muri e controlli. Un salto di qualità che apre uno scenario inquietante, dove la battaglia tra Stato e anti-Stato non si combatte più solo per le strade, ma anche nei cieli sopra le nostre città.

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