CASAL DI PRINCIPE – Un singolo schiaffo, un affronto personale tra rampolli delle famiglie più potenti del clan dei Casalesi, rischiò di far saltare i precari equilibri tra i gruppi Schiavone e Zagaria, trascinando il territorio in una nuova, sanguinosa guerra di camorra. È quanto emerge dai verbali del collaboratore di giustizia Francesco Zagaria, le cui deposizioni sono state allegate alla recente inchiesta che ha colpito i vertici della fazione di Casapesenna, portando all’arresto, tra gli altri, dei fratelli del boss Michele Zagaria, Antonio e Carmine e di suo nipote Filippo Capaldo.
Al centro della vicenda, riferita dal pentito in un interrogatorio del 2019, c’è un violento litigio avvenuto tra un figlio della famiglia Bianco di Casal di Principe, nipoti di Francesco Schiavone, detto “Cicciariello”, e Francesco Capaldo, fratello di Filippo e nipote diretto di Michele Zagaria. Durante lo scontro, il giovane Capaldo venne schiaffeggiato, un gesto che, nelle logiche criminali, non poteva restare impunito.
Filippo Capaldo, ferito nell’onore della propria stirpe, si rivolse a Francesco Zagaria con una richiesta perentoria: vendicare l’affronto con il
piombo. “Filippo Capaldo mi disse che suo fratello era stato schiaffeggiato e il fatto non gli andava giù” ha messo a verbale il collaboratore – “Mi chiese di vendicare questo affronto dicendomi che bisognava sparargli”.
Stando al racconto del pentito, l’ordine era quello di colpire il giovane Bianco, un atto che avrebbe rappresentato una dichiarazione di guerra aperta. Francesco Zagaria, pur avendo inizialmente dato un assenso di facciata per non irritare il nipote del boss, scelse di non dare seguito alla direttiva, consapevole delle conseguenze devastanti: “Gli dissi che si trattava di un ragazzo e che un gesto del genere avrebbe scatenato una guerra dati i rapporti tesi tra gli Schiavone e gli Zagaria”.
Nelle pagine dell’inchiesta emerge la fermezza di Francesco Zagaria nel disattendere l’ordine di Capaldo, una scelta dettata sia da una valutazione di opportunità criminale, sia da una gerarchia interna che il collaboratore rivendica con orgoglio: “Non diedi corso alle direttive perché ritengo che Filippo Capaldo non potesse disporre di me in questa maniera, dati i miei trascorsi nel clan. Oltretutto non vedevo bene il fatto di dover sparare a un ragazzo”.
Nonostante Capaldo avesse successivamente chiesto conto della mancata esecuzione, l’attentato non avvenne mai. Quello schiaffo rimase “impunito” ma la mancata reazione evitò che i due clan più potenti della provincia di Caserta si scontrassero frontalmente in una faida che avrebbe certamente insanguinato nuovamente le strade di Casal di Principe e Casapesenna.


















