Napoli, il ras del rione Sanità vuota il sacco: i clan iniziano a tremare

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Carmine Grosso diventa collaboratore di giustizia
Carmine Grosso inizia a collaborare con la giustizia
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NAPOLI – Una lunga sequenza di nomi, alleanze, droga e rapporti di forza. E’ il racconto che Carmine Grosso, 61enne ras dei Pirozzi-Savarese, consegna ai magistrati della Procura di Napoli nei verbali del 3 luglio, dell’11 e del 18 settembre 2026. Dichiarazioni rese nell’ambito del percorso di collaborazione con la giustizia e che dovranno essere sottoposte alle necessarie verifiche investigative e processuali. Grosso, già condannato per la sua appartenenza al clan Misso, racconta innanzitutto gli anni successivi alla scarcerazione, avvenuta nell’aprile 2014. “Quando sono ritornato nella Sanità erano attivi i clan Sequino, Genidoni, Vastarella e Mauro”, riferisce ai pm.

E aggiunge di essere stato contattato da Salvatore Sequino, che gli avrebbe proposto di entrare nel gruppo: “Io non accettai perché avevo deciso di troncare ogni rapporto con gli ambienti della criminalità organizzata”. Secondo il suo racconto, però, quella scelta sarebbe stata tutt’altro che semplice. Grosso sostiene di essere stato successivamente raggiunto da altri esponenti della criminalità organizzata e di aver ricevuto proposte per occuparsi di gioco d’azzardo e traffici di droga. “Mi chiedevano di organizzare il gioco d’azzardo insieme a Mario Savarese e di curare i traffici di droga, in particolare quelli relativi alla cocaina”, racconta. Anche in quel caso, dice, avrebbe rifiutato. Il rapporto con la Sanità si sarebbe però trasformato in un conflitto. Grosso riferisce di essere stato aggredito dagli uomini dei Vastarella e di essere stato costretto a lasciare il quartiere. “Mi aggredirono con mazze di legno e caschi, riducendomi in fin di vita”, mette a verbale, ricostruendo un episodio che colloca nel 2015. Dopo l’aggressione, racconta, avrebbe ricevuto ulteriori proposte per organizzare una reazione contro i Vastarella. “Non accettai l’offerta, fermo nella mia decisione di chiudere definitivamente i rapporti con gli ambienti della criminalità organizzata”, afferma. Nel suo racconto compare anche il nome di Salvatore Barile, detto “Totoriello”, che Grosso indica come collegato al clan Mazzarella.

E’ soprattutto sul traffico di stupefacenti che il collaboratore concentra una parte consistente delle sue dichiarazioni. Secondo quanto riferisce, il gruppo riconducibile a Salvatore Savarese, detto “Mellone”, avrebbe avuto rapporti con Barile per l’approvvigionamento della droga. “Il gruppo di Mellone si occupava prevalentemente di droga che riceveva da Barile, detto Totoriello”, dichiara, precisando in sede di rilettura che lo stesso Barile sarebbe “membro del clan Mazzarella”.

Grosso sostiene inoltre di avere visto più volte Salvatore Matrone, detto “Sasone”, arrivare nella Sanità con droga già confezionata. “Ho visto più volte Matrone giungere a bordo di un motorino […] dove consegnava pacchetti a Galeota”, racconta, aggiungendo che sarebbe stato lo stesso Galeota a riferirgli che si trattava di cocaina. Nella ricostruzione del collaboratore, un’altra svolta sarebbe arrivata con la scarcerazione di Vincenzo Pirozzi. “Quando fu scarcerato Pirozzi nel 2020 questi si impose alla Sanità”, afferma Grosso. Secondo la sua versione, Pirozzi avrebbe progressivamente modificato i rapporti con il circuito riconducibile a Barile, scegliendo un diverso canale di approvvigionamento. “Pirozzi […] mi disse che non accettava quella situazione e che avrebbe provveduto diversamente a rifornirsi di sostanza stupefacente”.

E’ proprio in questa fase che il racconto di Grosso torna a intrecciare la sua storia personale con gli equilibri criminali del quartiere. Dopo gli anni trascorsi lontano dalla Sanità, sostiene di essere rientrato nel 2019 per assistere la sorella malata. Ma precisa di non aver assunto, almeno secondo la propria versione, un ruolo operativo nei gruppi criminali. Anzi, racconta di avere rifiutato più volte proposte di coinvolgimento. I verbali delineano così una Sanità descritta come un territorio attraversato da continui mutamenti di alleanze, con gruppi che cambiano composizione e rapporti di dipendenza. Grosso parla di “sistema”, di piazze di spaccio e di somme versate per poter esercitare l’attività criminale. “Mellone ed i suoi sodali vendevano la cocaina ai titolari delle varie piazze di spaccio ‘a sistema’”, afferma, spiegando che nel prezzo sarebbe stata compresa anche “la settimana”, cioè una somma destinata al sistema criminale. Il collaboratore riferisce infine di diversi soggetti che, a suo dire, sarebbero entrati nel gruppo di Pirozzi dopo la scarcerazione. Tra questi cita Ciro Esposito, Salvatore La Marca e Mirko Volpe, precisando di averli visti frequentare abitualmente gli altri componenti del gruppo. Anche queste circostanze, come tutte le dichiarazioni rese da Grosso, dovranno essere riscontrate dagli investigatori.
Il dato centrale dei verbali resta dunque il percorso dichiarato dallo stesso Grosso: dalla scarcerazione del 2014 alla scelta, da lui rivendicata, di prendere le distanze dalla criminalità organizzata; le aggressioni e le pressioni subite; il ritorno nella Sanità; quindi il racconto degli equilibri tra i gruppi e dei traffici che, secondo la sua ricostruzione, avrebbero caratterizzato il quartiere negli anni successivi.

C’è anche un episodio di estorsione ai danni del nipote Nicola Grosso nel racconto reso da Carmine Grosso durante l’interrogatorio del 18 settembre 2026. Un episodio che lo stesso collaboratore di giustizia ammette davanti al pubblico ministero. Quando il pm gli chiede se ammetta l’addebito, la risposta è netta: “Sì, ammetto l’addebito però voglio precisare l’accaduto”. Da quel momento, Grosso ricostruisce i rapporti con il nipote e spiega che cosa, secondo il suo racconto, avrebbe preceduto l’estorsione. In quel periodo, racconta, si trovava in difficoltà economiche. Aveva quindi chiesto a Enzo, figlio di Nicola, un prestito di mille euro, impegnandosi a restituirlo con rate mensili da cento euro. “Enzo dapprima mi promise che mi avrebbe aiutato ma poi mi inviò un messaggio dicendomi che non era in condizioni di poterlo fare”, riferisce. Una risposta che, dice, lo amareggiò, soprattutto perché riteneva di avere sempre aiutato quella famiglia. A quel malcontento si aggiunse un altro episodio. Nicola si era risposato e non aveva invitato lo zio alla festa. “Anche in questo caso rimasi molto scontento del comportamento assunto da mio nipote”, racconta Grosso.

Nel frattempo, Salvatore Pellecchia aveva cercato Nicola per parlare con lui, con il figlio Enzo e con il nipote di quest’ultimo. Grosso riferisce di avere comunicato ai propri familiari soltanto che erano stati cercati, evitando di intervenire direttamente nella vicenda. Quando Nicola ed Enzo gli chiesero di accompagnarli da Pellecchia, però, rifiutò. Grosso spiega che aveva anche paura che la vicenda legata ad Emanuele Tufano Emanuele potesse avere conseguenze per il nipote. Ma poi precisa: “Però, se devo essere onesto la ragione principale del mio rifiuto ad accompagnarli da Pellecchia si legava alle mancanze di cui ho prima riferito”. E’ a questo punto che arriva la parte più significativa della confessione. “Proprio questo risentimento che nutrivo nei confronti di mio nipote e di suo figlio mi spinse a dire a Gianluca Galeota di estorcere danaro a Nicola Grosso”, dichiara.

Galeota, prosegue Grosso, avrebbe quindi eseguito l’estorsione, ottenendo da Nicola 500 euro. “Di cui mi consegnò la mia parte di 100 euro”, precisa il collaboratore. Grosso conclude la ricostruzione sottolineando che quello sarebbe stato l’unico episodio di questo tipo commesso insieme a Galeota ai danni del nipote: “Si tratta dell’unico episodio estorsivo che ho commesso insieme a Galeota ai danni di mio nipote Nicola Grosso”.

“Intendo rispondere alle domande che mi verranno poste e proseguire nel percorso di collaborazione con la giustizia”, dichiara Grosso davanti ai magistrati. Saranno ora le attività investigative e gli eventuali riscontri a stabilire il peso e l’attendibilità delle sue dichiarazioni.

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