Fabio Capello ha ripercorso la sua vita nel calcio durante un incontro a Palazzo Benvenuti, partendo dalle origini nel suo paese natale in Friuli Venezia Giulia. Ha ricordato quando, alla Spal, capì di poter diventare un calciatore professionista grazie all’incoraggiamento del padre e come in campo lo chiamassero “il geometra” per la sua capacità di dare equilibrio alla squadra.
Secondo l’ex allenatore, proprio il coraggio è ciò che manca all’attuale calcio italiano. Ha lanciato un appello per scommettere con più decisione sui giovani, avendo fiducia in loro e concedendo il tempo di sbagliare senza bocciarli al primo errore. Il suo messaggio si è esteso anche agli allenatori dei settori giovanili e ai genitori.
Capello ha invitato a lasciare che i ragazzi si divertano, concentrandosi sull’insegnamento della tecnica fondamentale piuttosto che ossessionarli con la tattica. Ha inoltre sottolineato l’importanza per i genitori di non mettere troppa pressione sui figli, condizionandone le prestazioni e la passione per il gioco.
Nel corso del suo intervento, ha condiviso aneddoti significativi della sua carriera. Uno dei più celebri riguarda la rivalità con Johan Cruyff. Ha ricordato la finale di Coppa dei Campioni persa dalla sua Juventus contro l’Ajax, quando l’olandese gettò la coppa nel pullman bianconero in segno di superiorità.
Quel gesto non gli piacque, così come l’atteggiamento di Cruyff prima della finale di Atene del 1994 tra il suo Milan e il Barcellona. L’allenatore olandese si mostrò fin troppo sicuro della vittoria, un comportamento che Capello usò per caricare i suoi giocatori nello spogliatoio. Il risultato fu la “partita perfetta”, un netto 4-0 per i rossoneri.
Un pensiero speciale è stato rivolto a Silvio Berlusconi, figura cruciale nel suo percorso. “A lui devo tutto”, ha affermato Capello, ricordando come il presidente lo scelse per la panchina del Milan nonostante lo scetticismo generale. Ha poi menzionato altri campioni, come Franco Baresi, descritto come “quello che accendeva la scintilla”, e Raul al Real Madrid.
Infine, ha toccato le sue esperienze all’estero come commissario tecnico di Inghilterra e Russia, e l’avventura in Cina. “Stavo bene in Cina”, ha raccontato, “ma ogni volta che parlavo con mia moglie si metteva a piangere”. La decisione di tornare a casa è stata dettata dalla volontà di non farla più soffrire.



