Le dichiarazioni di Valtteri Bottas hanno riacceso il dibattito sul regime fiscale applicato alla Formula 1 in Italia. Il pilota ha criticato la pressione fiscale, facendo riferimento agli accertamenti avviati dall’Agenzia delle Entrate nei confronti delle scuderie estere per il mancato pagamento delle imposte sui compensi dei piloti relativi alle gare disputate nel Paese.
L’indagine, supportata dalla Guardia di Finanza, ha portato a un recupero stimato di quasi 100 milioni di euro. Secondo l’interpretazione del Fisco, i team non residenti, ad eccezione della Ferrari, devono essere considerati committenti e i piloti lavoratori autonomi. Di conseguenza, le scuderie dovrebbero operare come sostituti d’imposta, trattenendo e versando una ritenuta del 30% sui compensi legati all’attività svolta in Italia.
Tuttavia, Luca Del Federico, commercialista ed esperto di diritto tributario sportivo, ha sollevato dubbi su questa interpretazione. L’esperto ha sottolineato che, pur non conoscendo gli atti specifici, la questione cruciale è stabilire se la presenza di un team straniero per un Gran Premio configuri una ‘stabile organizzazione’ in Italia.
Del Federico ha richiamato un precedente del 2021. Con la risposta all’interpello numero 700, la stessa Agenzia delle Entrate aveva esaminato il caso di una società di moda francese che ingaggiava modelli stranieri per servizi fotografici in Italia. In quella circostanza, l’Agenzia aveva chiarito che la società francese, non avendo una stabile organizzazione nel Paese, non era obbligata ad agire come sostituto d’imposta.
Questo precedente rende il caso della Formula 1 particolarmente significativo. La domanda è se la presenza di un team a Monza o Imola per pochi giorni sia sufficiente a creare una sede fissa d’affari. Per Del Federico la risposta è negativa, poiché una stabile organizzazione richiede elementi di stabilità e continuità che non si riscontrano nella partecipazione a una singola gara.
Un team di Formula 1, infatti, utilizza temporaneamente le strutture dell’autodromo e trasferisce personale, attrezzature e monoposto subito dopo l’evento, nell’ambito di un campionato itinerante. L’allestimento dei box e lo svolgimento della gara non sarebbero quindi sufficienti a creare una sede fissa d’affari secondo l’esperto.
La situazione sarebbe diversa se una scuderia avesse in Italia strutture permanenti, come un magazzino, una sede logistica o un’officina, oppure se un suo rappresentante operasse stabilmente sul territorio per concludere contratti. Si tratterebbe di scenari completamente differenti rispetto alla semplice partecipazione a un Gran Premio.
Il punto non è quindi se i redditi dei piloti debbano essere tassati in Italia, ma se l’obbligo di riscuotere tali tasse spetti alle scuderie estere prive di una stabile organizzazione. Del Federico ha previsto l’apertura di un importante contenzioso tributario che, data la rilevanza del principio e le cifre in gioco, potrebbe arrivare fino alla Corte di Cassazione.






