NAPOLI (Antonio Di Somma) – Se n’è andato in silenzio, come spesso fanno i grandi, Gino Paoli. Novantun anni attraversando la musica italiana senza mai inseguirla davvero, ma piegandola a una cifra personale, intima, riconoscibile fin dalle prime note. Una voce che non aveva bisogno di alzarsi, un modo di scrivere che sembrava sottrarre invece che aggiungere. Eppure, dentro quella sottrazione, c’era tutto.
Paoli è stato uno degli architetti della canzone d’autore italiana, una figura centrale della stagione genovese insieme a Fabrizio De André e Luigi Tenco, ma sempre con una traiettoria propria, più appartata, meno incline alle definizioni. Fin dagli esordi tra la fine degli anni ’50 e i primi ’60, ha inciso canzoni destinate a diventare patrimonio collettivo: Il cielo in una stanza, portata al successo anche da Mina, Sapore di sale, fotografia perfetta di un’estate sospesa, e Senza fine, uno dei vertici assoluti della sua scrittura. Brani che non hanno mai smesso di essere attraversati, reinterpretati, vissuti.
La sua carriera discografica è stata lunga e stratificata, fatta di ritorni e silenzi, dischi più intimi e altri più orchestrali, collaborazioni importanti — su tutte quella con Ornella Vanoni — e una coerenza rara: quella di chi non ha mai ceduto davvero alle mode. Anche quando il mercato cambiava, Paoli restava altrove, fedele a una linea emotiva più che commerciale. E proprio per questo, ancora oggi, i suoi brani continuano a suonare contemporanei.
E poi c’è quel legame sottile ma profondo con il Sud, con Napoli e con la sua provincia, con quella Campania che Paoli ha incrociato non solo artisticamente ma anche nella vita pubblica. Tra il 1987 e il 1992 fu eletto in Parlamento proprio nel collegio Napoli-Caserta, un territorio complesso, vivo, contraddittorio, che in qualche modo rispecchiava le sue stesse sfumature. Non una parentesi estranea, ma un passaggio che oggi appare quasi coerente con la sua idea di artista: qualcuno che osserva, che si espone, che non resta mai completamente fuori dalle cose.
Napoli, in particolare, lo ha sempre sentito vicino. Non per appartenenza geografica, ma per affinità emotiva. Nelle sue canzoni c’è quella stessa malinconia luminosa che attraversa la tradizione partenopea, quella capacità di raccontare l’amore senza retorica, lasciandolo sospeso tra presenza e perdita. Paoli non ha mai “cantato Napoli”, ma ne ha condiviso l’anima, sfiorandola con naturalezza.
Nel 1964 partecipò alla selezione del Festival di Napoli con il brano “Angela”, di cui compose la musica. Nel 2013 aveva pubblicato l’album “Napoli con amore” con Danilo Rea, reinterpretando i classici napoletani. Nel 2014 il rapporto con la città era culminato con la cittadinanza onoraria conferitagli dal Comune, su iniziativa dell’allora sindaco Luigi de Magistris, per il suo legame poetico e musicale con la città.
“Tra me e Napoli c’è una grande sintonia e similitudine – aveva spiegato all’epoca -. Mi riconosco molto nell’anarchia dei napoletani, nella loro bonaria capacità di non dare mai nulla per definitivo. Il lungo fidanzamento tra me e questa città, si conclude oggi con il matrimonio”.
Una geografia sentimentale che va oltre le mappe e che oggi riemerge nel ricordo. Resta quella sensazione difficile da afferrare: che certe canzoni non appartengano a un tempo preciso, ma a uno stato d’animo. E che certi artisti, come Gino Paoli, non abbiano mai davvero bisogno di essere celebrati, perché continuano a esistere ogni volta che una loro canzone torna a riempire una stanza. Anche qui, in Campania, dove la musica — quando è vera — trova sempre il modo di restare.


















