Blitz a Caracas, Maduro in cella a New York: “La Dottrina Monroe è tornata”

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A supporter of Venezuelan President Nicolas Maduro stands on a median strip waving a national flag in Caracas, Venezuela, Saturday, Jan. 3, 2026, after U.S. President Donald Trump announced that Maduro had been captured and flown out of the country. (AP Photo/Ariana Cubillos)
A supporter of Venezuelan President Nicolas Maduro stands on a median strip waving a national flag in Caracas, Venezuela, Saturday, Jan. 3, 2026, after U.S. President Donald Trump announced that Maduro had been captured and flown out of the country. (AP Photo/Ariana Cubillos)

CARACAS / NEW YORK – Il mondo si è svegliato, oggi 4 gennaio 2026, con un asse geopolitico spezzato e un uomo forte caduto. Nicolás Maduro, il successore di Chávez che per tredici anni ha governato il Venezuela con pugno di ferro, non è più nel Palazzo di Miraflores. La sua nuova residenza è una cella del Metropolitan Detention Center di Brooklyn, New York, lo stesso carcere federale che ha ospitato criminali del calibro di “El Chapo” Guzman e Ghislaine Maxwell. Il suo arresto è il culmine di un’operazione militare americana tanto rapida quanto devastante, che ha decapitato il regime chavista in meno di sessanta minuti.

L’operazione, battezzata informalmente “Giustizia Caraibica”, è scattata alle 02:00 del mattino del 3 gennaio. Mentre Caracas dormiva, le forze d’élite della Delta Force, con il supporto di attacchi aerei chirurgici, hanno colpito simultaneamente il cuore del potere venezuelano. Il Palazzo presidenziale di Miraflores, la strategica base militare di Fuerte Tiuna, l’aeroporto di La Carlota e il porto de La Guaira sono stati neutralizzati in una manciata di minuti. Fonti del Pentagono descrivono una scena quasi surreale: Maduro e la moglie, Cilia Flores, sorpresi nel sonno nei loro alloggi a Fuerte Tiuna. La temuta Guardia d’Onore Presidenziale avrebbe opposto una resistenza minima, quasi inesistente, prima che la coppia venisse prelevata, trasferita sulla nave d’assalto anfibio USS Iwo Jima e infine estradata verso gli Stati Uniti. Il prezzo di questa operazione lampo, tuttavia, è stato alto: il New York Times riporta un bilancio provvisorio di almeno 40 vittime, tra militari fedeli al regime e civili intrappolati nel fuoco incrociato.

L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca nel 2025, ha preparato per mesi il terreno per questa mossa audace. Dopo aver designato il “Cartel de Los Soles” come organizzazione terroristica straniera, nell’agosto 2025 la taglia sulla testa di Maduro era stata portata a 50 milioni di dollari. Ora, il Dipartimento di Giustizia USA ha formalizzato le accuse: cospirazione narco-terroristica, per aver trasformato il Venezuela in uno stato-narco; corruzione e riciclaggio di miliardi provenienti dal petrolio e dall’oro; e crimini contro l’umanità, un capo d’accusa che verrà integrato nel processo federale di New York.

Dalla sua residenza di Mar-a-Lago, il Presidente Trump ha rivendicato l’azione con toni trionfalistici: “Abbiamo liberato un popolo oppresso e catturato un criminale. Da oggi la Dottrina Monroe torna pienamente in vigore: il nostro emisfero non è più un parco giochi per narcotrafficanti e potenze straniere ostili”. Ha poi aggiunto che gli USA “gestiranno il paese fino alla transizione”, una dichiarazione che ha fatto gelare il sangue a molti.

A Caracas, la reazione è un mosaico di caos e sentimenti contrastanti. Nei quartieri benestanti dell’est, caroselli di auto e bandiere al vento celebrano la “libertà”, mentre nelle roccaforti chaviste come il “23 de Enero” regnano un silenzio carico di rabbia e il timore di purghe. Gran parte del paese è al buio, a causa dei danni alla rete elettrica. La vicepresidente Delcy Rodríguez, scampata al blitz, è apparsa in televisione per denunciare una “brutale aggressione imperialista” e dichiarare lo stato di emergenza, dopo che la Corte Suprema l’ha indicata come presidente ad interim. Dall’altra parte, la leader dell’opposizione e Premio Nobel per la Pace 2025, Maria Corina Machado, ha parlato di “ora della libertà”, ma la sua leadership è già stata messa in discussione da Washington, che la ritiene priva del “sostegno necessario”.

La comunità internazionale è spaccata. Russia e Cina hanno condannato l’attacco come “pirateria internazionale”, chiedendo una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza ONU. L’Unione Europea, per bocca dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, ha espresso preoccupazione per l’azione militare unilaterale, pur ribadendo l’illegittimità del regime di Maduro. In Italia, la Farnesina ha attivato l’Unità di Crisi per monitorare le migliaia di connazionali, molti dei quali barricati in casa per paura delle rappresaglie dei “colectivos”, le milizie armate chaviste.

Persino Amnesty International ha lanciato un grave allarme, definendo l’azione statunitense “una probabile violazione del diritto internazionale” che rischia di aggravare ulteriormente le violazioni dei diritti umani e di accelerare “il collasso dell’ordine internazionale basato su norme giuridiche”.

Mentre Nicolás Maduro attende la sua prima udienza in una corte di Brooklyn, il Venezuela è sospeso su un abisso. La caduta del tiranno chiude un capitolo oscuro, ma apre le porte a un futuro incerto, con il rischio di una guerra civile e con l’ombra lunga dell’aquila americana che si proietta su un intero continente. Il 2026 è appena iniziato, ma la sua prima, grande crisi globale è già qui.

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