CASAPESENNA – Una holding criminale, con una cassa comune, uomini incaricati di gestire il denaro e perfino un ammanco da verificare prima di sbloccare ogni uscita. È questo uno degli aspetti più significativi che emerge dagli atti della recente inchiesta sulla fazione Zagaria del clan dei Casalesi, descritta dagli investigatori come una struttura sempre più vicina a un modello imprenditoriale.
A far emergere questo spaccato sono state le conversazioni intercettate dai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, che hanno visto protagonista Carmine Iavarone, ritenuto anello di collegamento tra chi aveva bisogno di soldi e i livelli alti del gruppo. È lui a parlare con un ex amministratore di San Marcellino, che sollecita un prestito urgente da 5mila euro, ed è sempre lui a spiegare che in quel momento tutto era fermo per un problema ben più grosso: un ammanco da 200mila euro nella “cassa” del clan.
Dalle conversazioni captate dagli inquirenti, Iavarone spiega che le somme non sarebbero state tenute direttamente dai vertici, ma affidate a una persona incaricata della gestione. Proprio da lì sarebbe emerso il buco, con il conseguente blocco delle operazioni finanziarie per capire chi avesse ricevuto quei soldi e dove fosse finito il resto del denaro. Un sistema che, nella ricostruzione investigativa, richiama una struttura quasi aziendale, con ruoli, passaggi interni e controlli sulle disponibilità economiche.
Ma il punto più delicato è un altro. Secondo quanto riferito da Iavarone, per affrontare e risolvere la questione sarebbe stato necessario investire Michele Zagaria Capastorta, detenuto al 41 bis nel carcere di Sassari. Nelle conversazioni si fa riferimento alla necessità di contattare un avvocato, incaricato di raggiungere il boss e riferirgli la situazione, per poi attendere da lui indicazioni su come muoversi. Un passaggio che, per gli investigatori, coordinati dai pm Maurizio Giordano e Andrea Mancuso, dimostrerebbe come l’ultima parola continuasse a spettare al capoclan nonostante il regime detentivo.
Iavarone, inoltre, riferisce di aver accompagnato Carmine Zagaria, fratello di Capastorta, alla ricerca di questo contatto. Un particolare che, nella lettura della procura, rafforza l’idea di una catena decisionale ancora saldamente ancorata a Michele Zagaria.
Da qui la doppia conclusione investigativa: da un lato la cosca Zagaria si confermerebbe come un’organizzazione a forte vocazione economica e finanziaria, con un livello di gestione interno paragonabile a quello di una holding; dall’altro emergerebbe ancora la presunta centralità di Michele Zagaria, nonostante il 41 bis e la presenza sul territorio di altri riferimenti di vertice, come i germani Carmine e Antonio Zagaria.
L’indagine sul gruppo Zagaria ha coinvolto 43 persone e portato all’emissione di 23 misure cautelari. A condurla, insieme ai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, anche i militari del Ros di Napoli e del Nucleo investigativo di Caserta. Tra le persone arrestate su ordine del gip Fabio Provvisier del Tribunale di Napoli figurano i fratelli Carmine e Antonio Zagaria e lo stesso Carmine Iavarone (tutti da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile).
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Camorra, prestiti a strozzo all’ex politico con i soldi della cosca…
La Isvec cassaforte della cosca: i guadagni illeciti reinvestiti nella ditta…
Colpo al clan Zagaria: i fratelli del padrino al vertice dell’organizzazione
TUTTI I NOMI E FOTO. Camorra, colpo al clan Zagaria: 23…
Inchiesta sul clan Zagaria. Petrella e i contatti con Lombardi tra…
Camorra, il via libera di Zagaria al boss Della Volpe per…
Clan dei Casalesi, dall’affare rifiuti all’immobiliare: il business sull’ex cinema a…
Inchiesta sul clan Zagaria. Spunta l’acquisto di un terreno a Villa…


















