Bunker a un passo dal covo di Zagaria. Indagini sui legami tra Falanga e i Garofalo

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Ernesto Adriano Falanga, Michele Zagaria e Giovanni Garofalo

CASAPESENNA – Ti incammini verso via Alcide De Gasperi, giri a destra e imbocchi via Agostino Petrillo, poi percorri 90 metri e sulla sinistra trovi vico Pietro Mascagni. Entri, altri 70 metri e sei arrivato. È la strada da percorrere (la più breve) per spostarsi dal civico 12 di via Luigi Einaudi – la casa ereditata dal boss Michele Zagaria Capastorta e dai suoi fratelli – a dove, fino a febbraio 2023, era in piedi l’abitazione (confiscata) di Vincenzo Inquieto, l’ultimo rifugio del mafioso di Casapesenna catturato il 7 dicembre del 2011. Vicinissimi: i due immobili distano appena 280 metri – 400 passi – e sono legati a doppio filo proprio da Capastorta e dalla presenza al loro interno di bunker.

Nella dimora di via Mascagni, adesso trasformata in piazza della Rinascita, Zagaria aveva allestito un covo hi-tech. In quella di via Einaudi, invece, ci sono due nascondigli rudimentali: molto cemento, comodità inesistenti, angusti, ma muniti di illuminazione. Sono stati scoperti il 18 febbraio scorso dai carabinieri, mentre erano impegnati in una perquisizione tesa a contrastare il traffico di armi. Anche questi due covi facevano parte della rete di anfratti usati da Capastorta, o dai suoi sodali, per sfuggire agli arresti? A dirlo sarà l’indagine che stanno conducendo i carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta. Ma la circostanza che questi bunker, celati in una cantina e in un bagno, si trovano in una struttura di diretta proprietà della famiglia del boss, associata alla loro vicinanza a vico Mascagni – dettaglio non irrilevante -, fa propendere – ma ad oggi è solo un’ipotesi – per una risposta affermativa al quesito. Magari, a breve, potrà inserirsi qualche collaboratore di giustizia, fornendo dettagli su questi covi, per far chiarezza sulla loro natura, ma in assenza di nuove informazioni, fondamentale per comprenderne l’origine sarà l’attività dei militari, che stanno conducendo ormai da diversi giorni, finalizzata a far luce sui legami tra chi abita al civico 12 di via Einaudi, ovvero Ernesto Adriano Falanga, e due dei più fidati sodali di Michele Zagaria, i fratelli Giuseppe e Giovanni Garofalo, noti come i Marmulari (assistiti dall’avvocato Paolo Caterino): si tratta di affiliati (al momento in prigione) che hanno curato la latitanza di Capastorta, e quindi a conoscenza della rete di bunker a disposizione del boss.

Come detto, a vivere nell’abitazione in via Einaudi, di proprietà della famiglia del mafioso (da 13 anni al 41 bis) non c’è nessuno dei suoi fratelli (tutti liberi), ma Falanga, 56enne, in carcere da 9 giorni perché proprio in uno dei bunker dell’appartamento che occupa – quello celato nella cantina – i carabinieri hanno trovato una pistola mitragliatrice con relativo munizionamento. Cosa c’entra Falanga con i Marmulari? Hanno un legame di parentela acquisito attraverso Sonia Garofalo (consorte di Falanga). E sempre la Garofalo (estranea all’inchiesta che ha portato in cella il marito), cugina dei Marmulari, è anche cognata di Carlo Fontana, già condannato per reati connessi al gruppo Zagaria.

Sotto la lente degli investigatori, a quanto pare, sono finite pure le presunte relazioni tra il 56enne e alcuni imprenditori di Casapesenna – già sotto indagine per ipotetici rapporti con la cosca di Capastorta – che hanno fatto fortuna al nord. Scandagliando tutti questi aspetti, i militari dell’Arma sperano di arrivare a comprendere la genesi e gli usi dei bunker di via Einaudi. In attesa di raccogliere i risultati di questo lavoro, Falanga, chiariamolo, è in carcere esclusivamente per la detenzione e la ricettazione della pistola mitragliatrice. A marzo la sua posizione, rappresentata dai legali Guido Diana e Ferdinando Letizia, sarà esaminata dal Riesame.

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