Casal di Principe, i soldi delle truffe sui bonus edilizi reinvestiti nell’orbita Schiavone

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Vincenzo D'Angelo e Francesco 'Sandokan' Schiavone
Vincenzo D'Angelo e Francesco 'Sandokan' Schiavone

CASAL DI PRINCIPE – Pensare che una procedura nata per dare impulso all’economia e rivelatasi, in più di un caso, un’occasione d’oro per truffare lo Stato, non fosse stata intercettata dalla camorra casalese appariva, col senno di poi, del tutto improbabile. E infatti il business dei bonus edilizi sarebbe finito anche nelle mani di una famiglia mafiosa storicamente collocata nell’orbita del gruppo Schiavone, uno dei pilastri del clan dei Casalesi.

A fornire elementi su questo scenario, negli ultimi mesi, è stato il collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, alias Biscottino, marito di Teresa Bidognetti, figlia del boss Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ’e mezzanotte. Le sue dichiarazioni avrebbero consentito agli inquirenti di mettere a fuoco un segmento meno appariscente ma estremamente redditizio delle nuove economie criminali: quello legato ai meccanismi agevolativi dell’edilizia.

Il quadro che emerge è quello di raggiri strutturati, tutt’altro che improvvisati. Una filiera lunga e articolata, composta da procacciatori di prestanome, tecnici compiacenti, imprese costituite ad hoc e, nella fase finale, soggetti incaricati di ripulire e reinvestire i proventi illeciti. Una macchina complessa, nella quale ogni ingranaggio avrebbe avuto un ruolo preciso, funzionale a massimizzare i guadagni e a ridurre il rischio di esposizione diretta dei vertici.

Per individuare il ruolo del clan dei Casalesi all’interno di questa filiera, secondo la ricostruzione investigativa, occorre guardare sia all’inizio sia alla fine del percorso criminale. Da un lato alla “mente” dell’operazione, ovvero a chi avrebbe ideato i meccanismi fraudolenti e che, stando alle testimonianze, vantava collegamenti diretti con l’area Schiavone. Dall’altro a coloro che avrebbero avuto il compito cruciale, nella logica mafiosa, di reinvestire i profitti illeciti, trasformando il denaro sporco in attività apparentemente lecite.

Ed è proprio su questo snodo finale che si concentrano molte attenzioni investigative. I soldi generati dalle truffe sui bonus edilizi, secondo quanto emerge, non sarebbero rimasti fermi. Una parte sarebbe stata indirizzata verso attività commerciali, un’altra nell’acquisto di immobili, strumenti tradizionali e collaudati per il riciclaggio. Non solo: una quota dei proventi, sempre secondo i racconti del collaboratore e i riscontri investigativi, sarebbe servita anche a sostenere economicamente le famiglie dei detenuti, garantendo così continuità al sistema di consenso e protezione interna al clan.

Uno schema che si inserisce in una strategia più ampia di diversificazione degli affari. Accanto ai traffici storici — dalla droga alle estorsioni, fino alle infiltrazioni negli appalti pubblici — negli ultimi anni il clan avrebbe affiancato con decisione il business dei bonus edilizi, sfruttando falle normative, controlli inizialmente blandi e l’enorme flusso di risorse pubbliche messo in circolazione.

Un’evoluzione che conferma, ancora una volta, la capacità di adattamento della camorra casalese: meno sparatorie, meno rumore, ma una presenza costante e silenziosa nei settori dove circolano capitali, soprattutto quando quei capitali arrivano dallo Stato. E Casal di Principe, ancora una volta, si ritrova al centro di una storia che intreccia economia, criminalità e nuovi fronti dell’illegalità organizzata.

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