Casalesi, la rete dei colletti bianchi: imprenditori, tecnici e fiancheggiatori al centro degli affari

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Michele Zagaria e Nicola Schiavone

CASAL DI PRINCIPE – C’è una rete di insospettabili che ha permesso al clan dei Casalesi non solo di resistere, ma di rafforzarsi nel tempo. Una rete che, pur restando nell’ombra, ha costruito il proprio potere grazie ai rapporti con la mafia di Terra di Lavoro: legami che hanno generato denaro, opportunità e capacità di incidere – direttamente o indirettamente – anche nella gestione della cosa pubblica.

Il fatto che questo sistema non sia stato ancora colpito dalle indagini (sicuramente non nella sua totalità) non indica mancanza di volontà da parte dello Stato, ma riflette una difficoltà investigativa: col passare degli anni le connessioni si assottigliano, le tracce si fanno più deboli e dimostrarle in un’aula di giustizia diventa sempre più difficile. A questo si aggiungono le interferenze di chi prova a ostacolare il lavoro degli inquirenti, tra talpe e figure influenti che tentano di condizionare chi cerca di fare piena luce.

L’area mafiosa che ha una di queste reti più forti – e che dà la percezione di una sorta di impunità – è sicuramente quella collegata a Michele Zagaria, boss di Casapesenna, capace di affrontare una latitanza che è durata circa 16 anni.

Una percezione che ha manifestato non una persona qualunque, ma un soggetto che di malavita, per famiglia e per azioni svolte in prima persona, se ne intende: parliamo di Ivanhoe Schiavone, figlio del capoclan Francesco Sandokan. Intercettato mentre chiacchierava con quello che era il riferimento dei Bidognetti sul territorio, Vincenzo D’Angelo Biscottino (una conversazione avvenuta prima dell’arresto di quest’ultimo, datato 2022 — oggi D’Angelo è collaboratore di giustizia), Ivanhoe si lasciò andare a uno sfogo su come alcuni imprenditori legati proprio a Zagaria girassero indisturbati con macchine di lusso.

Ma soggetti simili esistono anche nel gruppo mafioso legato alla famiglia criminale che fa riferimento a suo padre,
Sandokan. E l’Antimafia, grazie al pentimento di Nicola Schiavone, fratello maggiore di Ivanhoe, dispone oggi di elementi per provare a tracciare questa rete (probabilmente più numerosi rispetto a quelli relativi all’area Zagaria).

In uno dei verbali d’interrogatorio resi qualche anno fa – emerso solo ora in occasione dell’arresto di Ivanhoe per il presunto riciclaggio di alcuni terreni acquistati da Sandokan agli inizi degli anni Novanta, gestiti da prestanome e poi recentemente venduti per fare cassa – Nicola
Schiavone fa nomi e cognomi di un imprenditore del Nord, conosciuto in Romania, con il quale avrebbe tentato di avviare affari nel settore dell’eolico. E svela pure l’identità di un soggetto attraverso cui lo conobbe, un tale ‘Pino’, che aveva rapporti con i Grasso, personaggi attivi nel business delle slot machine. E soprattutto fa il nome di chi gli avrebbe messo a disposizione le proprie capacità tecnico-finanziarie per aprire società offshore a Malta.

Di chi si tratta? Di un uomo originario di Sora che però aveva messo radici proprio a Malta. E questi sono solo quelli resi ‘noti’. Considerando che Schiavone è pentito dal 2018, è plausibile che abbia detto molto altro, tuttora coperto. Trasformare queste (e altre) informazioni in indagini capaci di produrre effetti giudiziari è complicato: rappresentano strade complesse, piene di difficoltà, ma tutte quelle a disposizione verranno percorse dalla Dda con l’obiettivo di svelare la rete occulta, potente e finora (a tratti) impunita che ha permesso – e permette tuttora – alla mafia di sopravvivere.

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