Cerca protezione e finisce da Nicola Pezzella: così nasce il patto che porta alla droga

Amata, dopo aver subito un’aggressione, chiese aiuto a Palummiello

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Nicola Pezzella (Palummiello) e Massimo Pezzella

CASAL DI PRINCIPE – Quando Emiliano Amata, napoletano, legato al mondo del ‘calcio minore’, racconta come arrivò a incrociare la strada di Nicola Pezzella Palummiello, storico esponente del clan dei Casalesi, il quadro che emerge è quello di un uomo già finito in una spirale di violenza, pressioni e paura. È l’aprile del 2022: secondo il suo racconto, viene raggiunto a Giugliano da tale Felice A. e da un uomo chiamato Hamed. Lo inseguono, lo speronano mentre è alla guida di un’auto presa a noleggio, lo costringono a fermarsi sulla strada per Villa Literno e lo picchiano in malo modo. Amata teme il peggio, chiama la moglie: “Mi stanno inseguendo, rischio di essere ucciso”.La polizia interviene, lui conferma l’aggressione ma non dice chi siano gli autori, per timore di ritorsioni.

È dopo quell’episodio che avviene la svolta. Un giorno, mentre è al bar con un avvocato e un carabiniere, un imprenditore che lo conosce lo guarda e gli dice: “Emiliano, non ti vedo bene”. Amata gli confida l’accaduto. L’imprenditore allora gli suggerisce di rivolgersi a Michele, un ragazzo di Frignano. Michele ascolta la storia, lo riconosce e gli rivela che un suo amico “appena uscito dal carcere ora comanda a Casale”: Nicola Pezzella, un nome che Amata, fino ad allora, dice di non aver mai sentito prima.

L’incontro avviene ad aprile 2022 nella casa di un congiunto di Pezzella a Casal di Principe. Amata, ricordando quel confronto, ai magistrati dell’Antimafia riferisce di aver avuto un impatto quasi spiazzante: “Mi parve una persona colta, che si esprimeva bene in italiano”. A lui racconta ogni dettaglio dell’aggressione; Pezzella ascolta e afferma di non conoscere quel Felice A. perché negli ultimi anni era stato detenuto. Decide comunque di interessarsi alla vicenda. Si muove fino a Sant’Anastasia, insieme a tale Bianco, altro soggetto ritenuto dagli inquirenti collegato alla fazione Schiavone dei Casalesi, per cercare il soggetto presso una società di noleggio. Ma Felice A. non è lì. E quando viene a sapere della visita, chiama Amata in video e gli urla che “è morto” perché si è rivolto “alla gente di Casale”, promettendo di sterminargli la famiglia.

Da quel momento, il rapporto cambia: Pezzella entra nel traffico di droga passando proprio per Amata.
Secondo gli investigatori, è da quel primo incontro che il rapporto tra i due prende una piega inattesa. Amata, già inserito in un ambiente in cui circolavano corrieri e piccoli intermediari, conosceva persone che trasportavano cocaina ed eroina nascondendole dentro ruote di scorta. Non era un trafficante strutturato, ma aveva contatti utili. Con chi? Con una rete di nigeriani con base a Perugia ma che aveva un riferimento anche a Casal di Principe. Amata, raccontando la sua storia a Pezzella, finisce per descrivere anche quei legami.
Palummiello, stando all’indagine, capisce immediatamente che quel mondo può offrirgli un’occasione. Comincia a informarsi, a sondare i nomi e, grazie alla mediazione di un altro uomo noto nell’ambiente — soprannominato ‘Pinu u parrucchiere’ — riesce a inserirsi in un canale che portava fino ai trafficanti del gruppo collegato a Perugia. È lì che, secondo l’ordinanza, partono i primi trasporti di droga gestiti in sinergia: Amata viene coinvolto come appoggio logistico, ricevendo in cambio soldi per viaggio, mentre Pezzella assume un ruolo stabile come snodo locale dello smistamento. Questa storia venne attenzionata dalla Dda di Perugia che fece scattare nel 2024 oltre venti misure cautelari. E tra i destinatari c’erano proprio Amata (che nel frattempo aveva iniziato a collaborare con la giustizia), Pezzella e Pino il parrucchiere.

Un rapporto nato per cercare protezione diventa così un sodalizio che permette a Pezzella di entrare in un circuito criminale che fino ad allora non frequentava. Quando Amata decide di collaborare con la giustizia, si ribalta tutto. Pezzella comprende che se era finito in carcere, se i carabinieri avevano ben strutturato l’inchiesta, è anche grazie alle informazioni date da Amata. E Pezzella avrebbe reagito, questo sostiene l’accusa, provando a far arrivare messaggi sinistri ad Amata, per convincerlo a ritrattare o a rendere dichiarazioni mendaci. E questo spaccato confluisce in una costola dell’indagine sui narcos con base a Perugia che è sfociata a inizio settimana in una nuova ordinanza cautelare proprio per Nicola Pezzella e per il fratello Massimo. Compaiono le lettere anonime indirizzate ad Amata, spedite, alcune, da Casal di Principe con identità fittizie, dal tono falsamente affettuoso ma, ricostruisce la Dda, dal contenuto inequivocabile: inviti a “non pensare solo a te stesso”, a “non parlare”, a ricordare “quello che hai ricevuto”.

Secondo gli accertamenti dei carabinieri, dietro quel tentativo di condizionare Amata ci sarebbero proprio Nicola e Massimo Pezzella, ritenuti i veri artefici della campagna epistolare. Sono stati arrestati con l’accusa di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria con l’aggravante mafiosa.

La storia che emerge, seguendo la tesi della Dda, è il percorso di un rapporto che nasce dalla paura, si trasforma in convenienza e finisce nel tentativo — fallito — di zittire chi aveva deciso di voltare pagina. I Pezzella, assistiti da Danilo Di Cecco, sono da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.

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