OLBIA – Non è stata la fuga disperata di un automobilista spaventato, ma la possibile coda di una vendetta consumata sull’asfalto. Si chiude con una confessione spontanea, ma si apre con un’ipotesi investigativa agghiacciante, il caso del pirata della strada che la sera del 5 aprile ha falciato un pedone nella parte alta di viale Aldo Moro, una delle arterie principali della città. Un’ombra sinistra si allunga sulla vicenda, trasformando quello che sembrava un grave, ma purtroppo non raro, episodio di omissione di soccorso in un potenziale tentato omicidio.
La svolta è arrivata il giorno seguente, il 6 aprile, quando un uomo si è presentato spontaneamente negli uffici del Commissariato di Polizia di Olbia. Con il peso della colpa sulle spalle, ha ammesso di essere lui il conducente dell’auto fantasma, l’uomo che ha travolto un suo connazionale per poi svanire nel buio, lasciandolo a terra in una pozza di sangue.
La vittima, un cittadino di nazionalità romena, stava attraversando la strada, pare regolarmente sulle strisce pedonali, quando è stata centrata in pieno dalla vettura. L’impatto, violentissimo, lo ha sbalzato per diversi metri. Mentre l’auto accelerava dileguandosi, sul posto accorrevano i soccorritori del 118. Le condizioni del ferito sono apparse subito disperate: trasportato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale Giovanni Paolo II, i medici gli hanno diagnosticato un gravissimo trauma cranico facciale. Da quel momento, l’uomo lotta tra la vita e la morte nel reparto di rianimazione.
Ma è il racconto del pirata pentito a gettare la luce più inquietante sull’intera dinamica. Davanti agli agenti della Polizia di Stato, l’uomo non ha solo confessato la sua responsabilità nell’investimento, ma ha anche svelato un retroscena che cambia completamente la natura del reato. Lui e la vittima si conoscevano. Poco prima del drammatico evento, i due avrebbero avuto un’accesa lite. Un litigio, i cui motivi sono ancora al vaglio degli inquirenti, che potrebbe essere stato il detonatore di una furia cieca.
Questo dettaglio cruciale ha spinto gli investigatori, coordinati dalla Procura di Tempio Pausania, a non escludere, anzi a considerare con forza, l’ipotesi del gesto volontario. L’investimento potrebbe non essere stato un tragico incidente, ma un atto deliberato, un modo brutale per regolare un conto in sospeso. A peggiorare la posizione dell’automobilista, vi è un’ulteriore aggravante: al momento dei fatti, l’uomo sarebbe risultato in stato di ebbrezza. Un mix letale di alcol e rancore che potrebbe aver armato la sua mano, o meglio, il suo piede sull’acceleratore.
Il quadro accusatorio, dunque, si aggrava pesantemente. Le indagini proseguono ora per ricostruire con esattezza i contorni della lite e per accertare senza ombra di dubbio l’intenzionalità del gesto. La confessione, che poteva sembrare un atto di redenzione, ha in realtà spalancato le porte di un abisso, svelando come dietro la fredda cronaca di un incidente stradale possa nascondersi una storia di rabbia e violenza personale.


















