Fari della Dda sulla masseria di Carditello: “Deposito di furti e armi dei Casalesi”. Ex assessore di S. Maria C.V. indagato

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Davide Grasso e Carmine Munno
Davide Grasso e Carmine Munno

CASALUCE – Era il cuore di un rifugio per animali – l’Oasi – ma nelle carte dell’inchiesta dell’Antimafia di Napoli la masseria in località Carditello, a San Tammaro, viene descritta anche come altro: un punto d’appoggio dove, all’occorrenza, sarebbero transitati mezzi rubati, merce da piazzare e, in una fase successiva, anche un’arma. È uno dei capitoli che emerge nell’indagine dei carabinieri, coordinata dalla Dda di Napoli, sul ritorno al crimine del boss Antonio Mezzero. Un’inchiesta che, accanto alla figura del capoclan, ricostruisce l’operatività di soggetti già condannati per mafia, tra cui il fossataro Davide Grasso: secondo l’impostazione accusatoria, uomo di sostegno al padrino originario di Brezza, ma anche capace di muoversi ‘in proprio’ nell’orbita dei Casalesi – fazione Schiavone.

All’interno di questo perimetro viene delineato anche il profilo operativo di Grasso che, in una conversazione intercettata, rivendica di essere a capo di più ‘gruppi’ dediti ai reati, elencando tra questi pure “un gruppo di albanesi” e un gruppo di fuoco indicato come “appicicatori”. Accendendo i riflettori sulla masseria di Carditello, l’attività investigativa si è concentrata anche su Carmine Munno, ex assessore di Santa Maria Capua Vetere e attivista politico nel mondo animalista, e su Maria Teresa Di Martino, originaria di Casaluce. I due risultano indagati
a piede libero; per Grasso e Mezzero, invece, nel 2024 sono scattate misure cautelari e sono già arrivati verdetti di condanna in primo grado per associazione mafiosa.

La masseria come base logistica

Le intercettazioni a partire dal 4 febbraio 2023 illuminano Carditello. Carmine Munno viene chiamato da Grasso per un appuntamento e si mostra nervoso, dicendo di aver “fatto preparare tutto” e che l’altro “ancora non è andato”. La replica di Grasso – “E chi lo deve portare questo coso?” – apre il quadro investigativo. I carabinieri seguono poi gli spostamenti di Grasso sulla Fiat Panda in uso. Con lui c’è un uomo indicato come “presumibilmente di nazionalità albanese”, chiamato convenzionalmente “Michele”, che durante il tragitto afferma di essere armato di pistola. La destinazione è la masseria di Carditello, luogo di dimora della famiglia Di Martino e sede dell’Oasi, gestita – dicono i militari – dalla donna insieme a Munno. È qui che, secondo gli atti, si fotografa la funzione del posto. In una conversazione intercettata, Grasso discute di beni da piazzare, prezzi e percentuali, arrivando a fissare la spartizione: “1500 euro a quello e 1000 ce li prendiamo noi… diamo 100 euro a questa”. Per la Dda, quei 100 euro rappresentano la quota riconosciuta alla proprietaria della masseria per la disponibilità dell’appoggio logistico. Nello stesso dialogo emerge la regola del silenzio: Grasso insiste perché non venga fatto il loro nome e perché, “per il momento”, non venga portato altro materiale. La Di Martino interviene parlando di ruote, gomme e cerchi, mentre compaiono frasi che gli inquirenti leggono come indici di piena consapevolezza: “Fai sparire”, “Carabinieri di qua”, “Portateli nella casa”. Un linguaggio che, per l’accusa, conferma l’uso della masseria come luogo di deposito della refurtiva.

Il ‘barboncino’ e l’arma

Un secondo filone che lega, secondo i carabinieri, Grasso e Di Martino riguarda un’arma – probabilmente una pistola – che, nella ricostruzione accusatoria, sarebbe stata detenuta illegalmente dalla donna nella masseria per conto di Grasso. Dopo un controllo dei carabinieri il 20 aprile 2023, nelle telefonate tra la donna e Munno compare un linguaggio criptico: il riferimento a un ‘barboncino’ o a una ‘barboncina’ da spostare. Per gli investigatori si tratta del codice usato per indicare l’arma. Il 29 aprile viene eseguita una perquisizione nell’abitazione della donna, con esito negativo. In serata, però, Munno afferma esplicitamente: “Cercavano la pistola”. La pressione investigativa aumenta e il primo maggio 2023 si arriva al passaggio ritenuto decisivo. Alle 11 e mezza la Di Martino chiama Grasso annunciando: “Vi vengo a portare il barboncino”. Alle 12 circa un monitoraggio video registra l’arrivo di un furgone blu davanti casa Grasso: la donna entra rapidamente, seguita da un uomo che preleva un oggetto dall’auto. Non viene visto alcun cane. Le immagini vengono agganciate alle intercettazioni ambientali sull’auto di Grasso, dove la Di Martino ordina all’uomo di prendere la sua borsa. Poco dopo, in
una conversazione captata a bordo della Panda, la moglie di Grasso pronuncia la frase ritenuta decisiva dagli inquirenti: “La pistola sotto”.

Le contestazioni della Dda

Sulla base di questi elementi, la Direzione distrettuale antimafia distingue due profili di responsabilità. Da un lato, contesta a Grasso, Munno e Di Martino, in concorso e con l’aggravante di aver agevolato il clan dei Casalesi, il reato di ricettazione e di deposito di beni di provenienza illecita, individuando nella masseria di Carditello un punto d’appoggio logistico del sodalizio. Dall’altro, attribuisce esclusivamente a Grasso e a Di Martino la contestazione di detenzione e porto ille gale di un’arma, ritenuta strumentale al controllo del territorio, ricostruendo una
custodia protratta per alcune settimane e la successiva riconsegna dell’arma il primo maggio 2023. Munno, su questo versante, compare negli atti come interlocutore e soggetto consapevole delle operazioni, ma non come destinatario diretto della contestazione sulle armi. Tutti sono da considerare innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.

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