NAPOLI – I clan risorgono nelle carceri. «C’è stato un passo indietro di almeno venti anni nella lotta ai clan: il carcere non è più un punto di interruzione dell’attività criminale ma un punto di ripartenza, di consolidamento della propria forza criminale per le cosche». Lo dice Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria.
«I clan si stanno armando nelle carceri per una guerra tra bande, ormai è chiaro che abbiamo perso il controllo – spiega il sindacalista – pochi giorni fa abbiamo sequestrato due penne-pistola calibro 6 in grado di uccidere. A cosa sarebbero servite? Quasi certamente per uno scontro interno per la gestione dei traffici di droga e telefonini. Perché così i clan guadagnano consensi nelle celle e fuori. La Direzione distrettuale antimafia ha detto che dal carcere le cosche comandano e chi comanda dentro, poi comanda anche fuori. Dettare legge in carcere è una dimostrazione di forza e assoggettamento. Bisogna tenere boss e affiliati in carceri lontane dalle città di provenienza per provare ad arginare il fenomeno».
Di Giacomo riferisce di aver raccolto numerosi elementi attraverso fonti dirette negli istituti penitenziari, anche se quelli realmente significativi sarebbero pochi ma chiari. A partire dal fatto che in Campania a gestire il mercato della droga e dei telefonini in cella sarebbero poche famiglie, circostanza che genera forza e consenso nei clan. A questo si aggiunge una diminuzione generale dei collaboratori di giustizia in Campania, pari al 4,8 per cento negli ultimi anni. Oggi, secondo il sindacalista, si assiste a vere e proprie faide tra paranze per la gestione della droga e dei cellulari nelle carceri.
«Se in galera il clan comanda, all’esterno sarà peggio», conclude Di Giacomo, sottolineando come in cella avvengano sempre più spesso cambi di casacca, soprattutto tra detenuti con posizioni marginali, che una volta usciti risultano affiliati a un altro clan.
I penitenziari da monitorare con maggiore attenzione sarebbero quelli di Napoli e Salerno, mentre ad Avellino la situazione sarebbe migliorata dopo il trasferimento di diversi detenuti ritenuti problematici.
Le inchieste più recenti della Direzione Distrettuale Antimafia delineano un quadro inquietante: le carceri non sarebbero più mura invalicabili, ma veri e propri centri direzionali dei clan. Grazie all’uso massiccio di micro-cellulari e droni per le consegne, i boss continuerebbero a impartire ordini di morte e a gestire il racket.
Tra i clan più agguerriti figurano l’Alleanza di Secondigliano, il gruppo della Stadera, le ramificazioni dei clan di Bagnoli come gli Esposito, i Mazzarella del centro storico e gli Amato-Pagano dell’area nord della città.
Nelle celle si riprodurrebbero le gerarchie di strada: la droga circolerebbe come in una piazza di spaccio all’aperto e i telefoni permetterebbero ai detenuti di coordinare estorsioni e “stese” in tempo reale. Le operazioni condotte tra il 2024 e l’inizio del 2026 hanno portato a centinaia di arresti, confermando che il controllo del territorio della camorra inizierebbe proprio laddove dovrebbe finire: tra le sbarre.



















