CASAL DI PRINCIPE – C’è una tragedia che precede e accompagna ogni indagine giudiziaria sulla camorra: quella culturale. È l’idea, ancora radicata in alcune pieghe della società, che il clan sia l’ente a cui rivolgersi per risolvere un problema, sbloccare un affare, ottenere una mediazione. Una supplenza criminale dello Stato che non si combatte solo con arresti e sequestri, ma anche sul terre- no della cultura, della fiducia nelle istituzioni, della rottura definitiva di quei meccanismi mentali che rendono ‘norma- le’ bussare alla porta sbagliata. È dentro questa cornice che si colloca la vicenda emersa dall’indagine dei carabinieri, coordinata dai pm Vincenzo Ranieri e Simona Belluccio, sul ritorno al crimine di Pasquale Apicella ’o Bellomm, esponente del clan dei Casalesi, cognato del boss Salvatore Cantiello detto Carusiello. Dopo la scarcerazione, Apicella – secondo l’accusa avrebbe rapidamente ripreso il suo ruolo, fino all’arresto scattato a dicembre con le contestazioni di associazione mafiosa, estorsione e spaccio di droga. Uno degli episodi più emblematici ricostruiti dagli investigatori riguarda la richiesta di intervento avanzata da L.D., imprenditore agricolo (non indagato), per l’acquisto di un terreno a Santa Maria La Fossa. L.D. non si rivolge a un avvocato, a un mediatore immobiliare o alle vie ordinarie: si rivolge proprio ad Apicella, chiedendogli di esercitare pressioni affinché il proprietario, S.F., rinunci a vendere il fondo ad altri.
Le intercettazioni raccontano un incontro nell’abitazione dei coniugi Apicella, durante il quale si discute apertamente di come ‘avvicinare’ la
controparte e di come fermare un affare già promesso a un imprenditore di Casapesenna. Apicella, consapevole degli equilibri interni al clan, mostra prudenza. Sa che dietro quell’area gravitano esponenti di altre fazioni e spiega che non si può agire senza rispetto per i ‘capi-zona’. Fa i nomi di Davide Grasso e Antonio Mezzero, figure mafiose di riferimento tra Santa Maria La Fossa e Grazzanise. Non è timore: è la grammatica del potere camorristico, dove ogni decisione passa attraverso una rete di riconoscimenti reciproci. Gli inquirenti collocano questo episodio dentro un quadro più ampio: Apicella viene percepito come garante, come arbitro naturale delle controversie, da imprenditori, criminali di altre aree, affiliati storici e perfino da soggetti esterni al clan. Una figura che richiama, nelle stesse carte dell’indagine, il personaggio di don Antonio Barracano, il ‘Sindaco del Rione Sanità’ di Eduardo De Filippo: colui che amministra una giustizia parallela, sostitutiva, profondamente ingiusta ma socialmente accettata.
La parcellizzazione delle fazioni – spiegano i magistrati non deve trarre in inganno. Schiavone, Cantiello, Zagaria: territori diversi, ma un’unica associazione criminale. Lo dimostrano i dialoghi intercettati, nei quali Apicella rivendica l’unitarietà del clan e il suo legame con una storia che affonda le radici nella mafia siciliana. Lo dimostra anche il suo ruolo di mediatore in una controversia tra gruppi albanesi e Domenico Fontana ’o malese (arrestato per droga – con ’o Bellomm) per una fornitura di narcotici: è lui a imporsi come garante del debito, chiedendo ad altri di farsi da parte. L’indagine restituisce così l’immagine di una riorganizzazione silenziosa, di un controllo capillare del territorio che passa meno dalla violenza plateale e più dalla capacità di essere riconosciuti come riferimento. È questa la vera emergenza: una società in cui il clan continua a essere percepito come soluzione. Ed è su questo terreno, oltre che in tribunale, che lo Stato è chiamato a vincere la sua battaglia.






















