L’intervista al giudice Ceccarelli: “Con il sorteggio si spezza il potere delle correnti: toghe più libere e autonome”

Difende la separazione delle carriere tra pm e giudici: “Chi valuterà le accuse sarà davvero terzo rispetto agli inquirenti e alla difesa e le garanzie per i cittadini saranno più forti”

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Il giudice Ceccarelli
Il giudice Natalia Ceccarelli

CASERTA – A pochi giorni dal voto, il confronto sulla giustizia si fa più denso e teso. Se c’è chi ritiene che i cambiamenti proposti dal ministro Carlo Nordio e approvati dal Parlamento siano dannosi per la magistratura, non mancano i togati stessi che, invece, ritengono importanti queste modifiche alla Costituzione. Tra i sostenitori del Sì al referendum c’è Natalia Ceccarelli, giudice della Corte d’appello di Napoli.

La riforma punta sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. In concreto, quale beneficio produrrebbe sul piano della terzietà di chi è chiamato a valutare le accuse senza ridurre le garanzie per i cittadini?

La riforma mira a dare piena attuazione al dettato dell’articolo 111 della Costituzione, che esige che il processo penale si svolga davanti a un giudice terzo e imparziale. Il che presuppone che chi accusa e chi giudica appartengano a carriere distinte, in ragione della funzione di controllo devoluta sull’operato del primo a chi è investito del compito di giudicare. Il tutto in prospettiva dell’effettività delle garanzie difensive del cittadino-imputato, che potrà fare affidamento sull’equidistanza del difensore e del pubblico accusatore da chi valuterà la rilevanza penale della sua condotta. Senza contare il fatto che, con la separazione, sarà concretamente prevedibile una maggiore specializzazione dell’organo inquirente, con accrescimento della qualità del servizio reso alla collettività. Nessuna riduzione, dunque, per i cittadini, ma unicamente un rafforzamento delle garanzie processuali.

I sostenitori del Sì indicano il sorteggio come un antidoto al peso delle correnti nei nuovi Consigli superiori della magistratura. Perché un meccanismo casuale dovrebbe selezionare classi dirigenti migliori e non, invece, più deboli o meno autorevoli?

Perché l’individuazione mediante sorteggio dei consiglieri superiori li svincolerà da qualsivoglia vincolo di mandato rispetto ai propri elettori, eliminando il debito di riconoscenza che attualmente condiziona lo svolgimento delle funzioni consiliari, oggi orientate dal criterio dell’appartenenza sia per quanto concerne le decisioni che incidono sulla carriera sia per quanto riguarda la funzione disciplinare, consentendo di recuperare la trasparenza delle scelte e la rivalutazione di criteri di valutazione squisitamente meritocratici.

Anche ammesso che il sorteggio riduca il peso delle correnti nella fase di accesso ai Csm, non c’è il rischio che gli stessi blocchi di potere si ricompongano dopo, dentro i nuovi organismi, magari in forme meno visibili?

Il sorteggio spezza il legame tra Anm e Csm ed estromette le correnti dalla gestione del governo autonomo della magistratura. Quand’anche correntizzati, i consiglieri sorteggiati non potranno più organizzarsi, infatti, in schieramenti capaci di orientare il voto sulle decisioni consiliari. Anche se volessero riprodurre le vecchie dinamiche correntizie, ciò non gioverebbe alla conservazione del potere, non essendo prevedibile la successiva composizione del Csm per estrazione a sorte e non potendo, in ogni caso, essi garantire il rispetto di qualsivoglia debito di riconoscenza o mandato elettorale.

La riforma istituisce un’Alta Corte disciplinare separata. Perché questo passaggio dovrebbe rendere più credibile il sistema disciplinare e non essere letto, invece, come un segnale di sfiducia verso l’autogoverno della magistratura?

Il governo autonomo della magistratura ha dato, finora, cattiva prova di sé anche in materia disciplinare, connotandosi per il carattere estremamente ondivago delle decisioni assunte: a illeciti gravi sono seguite sanzioni lievi e viceversa, senza alcuna possibilità di tracciare delle linee giurisprudenziali chiare. È legittimo ritenere che ciò sia dipeso dall’influenza delle correnti e dall’incidenza del criterio dell’appartenenza sulle decisioni disciplinari del Consiglio. La devoluzione della funzione disciplinare a un organo di sorteggiati ci fa ben sperare nel superamento di tali opacità. Senza contare il fatto che l’introduzione di un doppio grado di merito delle decisioni disciplinari, senza pregiudizio della ricorribilità per cassazione delle decisioni di secondo grado, aumenta, anziché comprimere, le garanzie difensive dell’incolpato.

Uno dei punti più contestati è proprio il rischio che l’Alta Corte disciplinare possa trasformarsi in uno strumento di pressione sui magistrati più esposti. Quali garanzie concrete impedirebbero derive punitive o condizionamenti esterni?

La pressione è quella che oggi deriva dal condizionamento correntizio. Un organo composto da sorteggiati non potrà che essere svincolato dalle dinamiche dell’appartenenza e garantire trasparenza e uniformità di trattamento anche nella materia disciplinare.

In queste settimane il clima si è ulteriormente acceso dopo il caso Bartolozzi, con la frase sulla magistratura come ‘plotone d’esecuzione’ e l’invito a votare Sì per “togliersela di mezzo”. Un episodio del genere non rafforza l’idea che questa riforma venga percepita, anche politicamente, come una resa dei conti con i magistrati?

Purtroppo, non sono mancati episodi di misunderstanding comunicativo su entrambi i fronti. Basti pensare alle recentissime dichiarazioni del procuratore Gratteri in ordine ai ‘conti’ da fare con la stampa dopo il referendum. Fortunatamente il testo della legge sottoposta al vaglio dell’elettorato non contiene alcuna traccia di una supposta volontà punitiva del legislatore nei confronti dell’ordine giudiziario. Si tratta, piuttosto, di un traguardo di civiltà giuridica che sarebbe un errore epocale non realizzare sull’onda dell’emotività di un elettorato condizionato dai propri orientamenti politici. Essi non sono oggetto del voto referendario e dovrebbero essere estranei al processo di elaborazione delle intenzioni di voto di ciascuno.

Nel dibattito hanno pesato anche le affermazioni secondo cui a votare Sì sarebbero soprattutto “mafiosi e massoni deviati”, frase poi precisata ma rimasta al centro dello scontro pubblico. A suo avviso questa campagna così polarizzata rischia di spostare il confronto dal merito della riforma alla delegittimazione reciproca?

Come ho già detto, gli scivoloni comunicativi di entrambi i fronti rischiano di distogliere l’attenzione dal merito della riforma. L’occasione storica che ci viene offerta per migliorare il sistema giustizia nell’interesse dei cittadini impone, dunque, agli operatori del diritto, ma anche agli organi di informazione, di agevolare lo spostamento dell’attenzione sul contenuto del testo normativo sul quale si esprimerà l’elettorato.

I contrari sostengono che il referendum non tocchi i veri nodi della giustizia quotidiana: tempi lunghi dei processi, carenza di organici, scoperture amministrative e strutture insufficienti. Perché allora questa riforma dovrebbe essere considerata una priorità?

Perché l’interesse dei cittadini ad avere un processo giusto è sovraordinato all’interesse ad avere un processo veloce. Un processo ingiusto ma veloce non è auspicabile e, comunque, si tratterebbe di una prospettiva molto più deleteria rispetto a un processo lento che pervenga, però, alla giusta decisione.

Chi critica la riforma osserva che la separazione delle carriere, da sola, non rende più veloce né più efficiente la macchina giudiziaria. Lei quale effetto concreto immagina per i cittadini, non per gli equilibri interni della magistratura?

Un pubblico ministero specializzato sarà più responsabile e meno incline ad un approccio approssimativo alla funzione inquirente demandatagli, a tutto vantaggio delle garanzie di difesa del cittadino.

Un’altra obiezione è che un pubblico ministero separato dal giudice e collocato in un proprio circuito ordinamentale possa assumere una cultura ancora più schiacciata sull’accusa. Perché ritiene che questo rischio non si verificherà?

Perché la famosa ‘cultura della giurisdizione’, tanto sbandierata dai sostenitori del No, è vuota retorica se ad essa non si accompagna una reale assunzione di responsabilità, che la separazione delle carriere mira a garantire.

Nel fronte del No si sostiene che la separazione sia già, in parte, realtà per effetto delle riforme degli ultimi anni e della rarità dei passaggi di funzione. Perché, secondo lei, serviva comunque una revisione costituzionale così ampia?

La separazione delle funzioni è cosa diversa dalla separazione delle carriere. Per realizzare il giusto processo, la seconda è imprescindibile.

Siamo a pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo: al di là degli slogan e delle polemiche di queste settimane, qual è la ragione più concreta per cui un elettore indeciso dovrebbe scegliere il Sì?

Per affrontare più serenamente un processo, potendo contare su una effettiva terzietà del giudice e sulla mancanza di condizionamento alcuno, sia interno che esterno, rispetto alla decisione.

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