Mangime per uccelli utilizzato per tagliare kobret a Scampia: il ritorno della droga low cost a Napoli

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Polizia a Scampia
Polizia a Scampia

NAPOLI – Napoli sembra tornare indietro nel tempo. Le immagini che emergono dalle più recenti indagini giudiziarie ricordano da vicino quelle dei primi anni Duemila, quando i grandi viali di Scampia erano attraversati da tossicodipendenti in cerca di una dose di eroina o kobret, in quello che allora era uno dei più grandi mercati della droga d’Europa. Oggi quel modello, mai del tutto scomparso, riaffiora con nuove strategie, nuovi equilibri criminali e un obiettivo preciso: rendere la droga sempre più accessibile, anche a costo di comprometterne ulteriormente la qualità. E’ il quadro che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare che, nei giorni scorsi, ha portato all’arresto di 28 persone ritenute affiliate, a vario titolo, al clan Amato-Pagano e coinvolte nella gestione della piazza di spaccio della cosiddetta “33”, in via Arcangelo Ghisleri.

Un’indagine che restituisce l’immagine di un sistema criminale strutturato, capace di adattarsi ai cambiamenti del mercato e di trovare soluzioni per mantenere alto il volume degli affari, anche in un contesto di crescente pressione investigativa. Al centro dell’inchiesta compare il nome di Mario Abbatiello, indicato come uno dei principali referenti del traffico di droga nella zona. Dalle intercettazioni emerge non solo il suo ruolo operativo, ma anche una conoscenza approfondita delle dinamiche economiche dello spaccio, dai canali di approvvigionamento esteri fino alle tecniche di “lavorazione” della sostanza prima della vendita al dettaglio. Uno degli aspetti più inquietanti riguarda proprio il cosiddetto “mischio”, utilizzato per tagliare il kobret. Non sostanze chimiche sofisticate, ma semplice mangime per uccelli. Un espediente che consente di aumentare la quantità di droga da immettere sul mercato, abbassando i costi e massimizzando i profitti, a scapito della salute dei consumatori. Una pratica che richiama scenari già visti in passato, quando la necessità di mantenere bassi i prezzi aveva portato a un progressivo impoverimento della qualità delle sostanze stupefacenti.

In una conversazione intercettata dagli investigatori, Abbatiello chiede con insistenza a un tale se conosca qualcuno in grado di trasportare da Milano 30 chili di “mischio”. Le parole utilizzate sono dirette e prive di ambiguità: il mischio serve “per dentro il kobret”. Si parla apertamente di mangime per uccelli, da far arrivare a Napoli con la promessa di un compenso di mille euro per il corriere. Un dettaglio che restituisce la dimensione quasi industriale dell’operazione e la disinvoltura con cui vengono trattati materiali destinati a finire in una delle droghe più pericolose in circolazione. Le intercettazioni raccontano anche un altro livello del traffico: quello internazionale. Abbatiello dimostra di conoscere perfettamente l’andamento dei prezzi del kobret all’estero, spiegando a un interlocutore, Antonio Musto, anche lui destinatario della misura della custodia in carcere, che in quel momento la sostanza viene venduta a circa 19mila euro al chilo, con un costo di trasporto verso l’Italia di circa 500 euro. Una volta arrivata sul territorio nazionale, il prezzo deve necessariamente salire per garantire
un margine di guadagno, con almeno 2mila euro in più al chilo.

Nelle conversazioni viene chiarita anche l’origine della droga, che arriva dalla Turchia, confermando l’esistenza di canali di approvvigionamento consolidati e di una rete capace di muoversi su scala internazionale. Non si tratta di traffici improvvisati, ma di un sistema che ragiona in termini di costi, profitti e sostenibilità economica, proprio come un’impresa criminale. A distanza di circa un mese dalle intercettazioni, gli investigatori documentano l’acquisto di 1,1 chili di kobret da parte di Abbatiello, per una cifra complessiva di 21mila euro, in linea con quanto emerso dalle conversazioni precedenti. Un riscontro che rafforza il quadro accusatorio e dimostra come le parole intercettate trovino conferma nei fatti. L’indagine restituisce così l’immagine di una Napoli in cui il mercato della droga si adatta ai tempi, ma conserva logiche antiche. Il ritorno della “droga low cost” non è solo un problema di ordine pubblico, ma un fenomeno sociale che riporta
alla memoria stagioni difficili, segnate da degrado, dipendenza e marginalità.

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