Mondragone, armi da guerra nascoste in officina: Ak47, fucile a pompa e Mini Uzi mostrati in videochiamata a Bova durante una consegna di droga

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Antonio Bova
Antonio Bova

MONDRAGONE – Un arsenale nascosto in un’officina meccanica e scoperto quasi per caso durante le intercettazioni dell’inchiesta sul gruppo Gagliardi. È uno degli episodi ricostruiti negli atti dell’indagine dei carabinieri del Reparto territoriale di Mondragone, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che lo scorso febbraio ha portato all’esecuzione di 21 misure cautelari nei confronti di presunti affiliati e soggetti ritenuti vicini al sodalizio, attivi nello spaccio di droga.

Secondo quanto emerso dalle attività investigative, tra il materiale captato durante il monitoraggio delle utenze utilizzate per lo spaccio di narcotici sarebbe stato registrato anche un episodio di detenzione illegale di armi attribuito a Raffaele Di Rienzo, soprannominato “Pistolone”. L’uomo avrebbe custodito nell’officina di via Virgilio a Mondragone un borsone contenente armi da guerra. L’episodio risale alla notte del 14 dicembre 2023. In quell’occasione, durante una consegna di droga effettuata da Luigi Raia e Alessandro De Pasquale, i due avrebbero mostrato in videochiamata ad Antonio Bova, indicato dagli investigatori come figura di vertice del gruppo Gagliardi, alcune armi custodite proprio all’interno dell’officina di Di Rienzo. Dalle conversazioni intercettate emergerebbe la presenza di un fucile d’assalto AK47, un fucile a pompa e una mitraglietta Mini Uzi. Nel corso della telefonata Bova avrebbe commentato le armi mostrate dai due pusher, manifestando interesse per quell’arsenale e lamentando che fosse nella disponibilità di Di Rienzo.

In successive conversazioni con Romualdo Martella, lo stesso Bova avrebbe definito quelle armi «un bene di Dio», ipotizzando persino di entrarne in possesso per utilizzarle all’occorrenza. Le intercettazioni documentano anche il timore che quelle armi potessero finire nelle mani sbagliate o essere utilizzate per azioni di fuoco. In un dialogo successivo, Bova avrebbe fatto riferimento proprio alla disponibilità dell’arsenale da parte di Di Rienzo, sostenendo di aver visto personalmente il borsone con le armi. Ulteriori riscontri emergono da un’altra conversazione intercettata tra Luigi Raia e un conoscente, nel corso della quale il pusher avrebbe mostrato fotografie delle armi scattate all’interno dell’officina, commentandone dimensioni e caratteristiche.

Alla luce degli elementi raccolti, la polizia giudiziaria effettuò una perquisizione nell’officina di Di Rienzo nel tentativo di recuperare l’arsenale. Il controllo, tuttavia, si è concluso con esito negativo. Secondo gli investigatori, l’indagato potrebbe aver spostato le armi dopo aver capito la leggerezza commessa nel mostrarle ai due pusher. Raia e De Pasquale – entrambi in prigione – sono indagati per associazione finalizzata allo spaccio di droga con l’aggravante mafiosa e per un raid incendiario; al primo è contestato anche il reato di tentata estorsione. A Di Rienzo, sottoposto all’obbligo di firma, viene contestata invece la detenzione delle armi, mentre Bova risponde di associazione mafiosa e spaccio di stupefacenti.

L’episodio rappresenta uno dei capitoli dell’indagine che ha portato agli arresti disposti dal gip Maria Laura Ciollaro nei confronti di presunti appartenenti al gruppo Gagliardi, ritenuto dagli inquirenti ancora attivo e radicato sul territorio di Mondragone. L’inchiesta, avviata nel 2023, ha ricostruito – secondo l’accusa – una struttura criminale dedita a estorsioni, traffico di droga e detenzione di armi, con una rete di spacciatori che operava anche attraverso consegne a domicilio. I destinatari delle misure cautelari sono da ritenere presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

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